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Scienza e società -

19/06/09

La crisi finanziaria e la retorica della 'responsabilità sociale'

E' singolare che nel diluvio di commenti sulla crisi e nell'offerta di ricette su come uscirne, quasi nessuno abbia colto l'occasione per mettere in luce come la vicenda metta drammaticamente a nudo la retorica della 'responsabilità sociale'. Eppure basterebbe fare un giro sul web. Tutte le più grandi banche e società finanziarie travolte dal crac avevano impeccabili programmi di responsabilità sociale ed etica, commoventi programmi di investimenti nei Paesi più bisognosi corredate di strazianti foto dei beneficiari. Insomma, la coscienza era a posto e intanto, via: spericolate operazioni con subprime e derivati alle spalle di risparmiatori e piccoli investitori. Responsabilità ed etica sono - chi potrà mai negarlo - parole serissime ed importantissime. Purtroppo negli ultimi due decenni, non solo in ambito finanziario (l'ambito scientifico-tecnologico è un altro esempio non meno interessante) queste parole sono state trasformate in bandiere retoriche, pratici paraventi e lasciapassare che incorporavano trasparenza e accountability sottoforma di comodo autocontrollo. Le ragioni e i rischi di questa incorporazione, peraltro, erano già stati messi in luce dieci anni fa da Michael Power nel suo classico The Audit Society - un'altra singolare assenza nelle mille diagnosi dei guru della crisi.

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14/05/09

Raccontare la scienza con le immagini: Felice Frankel il 20 maggio a Trento

Image_page1-1 Felice Frankel (MIT) è considerata la più importante fotografa di scienza a livello internazionale.
Le sue fotografie sono apparse sulle copertine delle più importanti riviste scientifiche internazionali: "Nature", "Science", "Scientific American", "Discover", "Advanced Materials", oltre che su quotidiani e periodici come il "The New York Times".

Il 20 maggio sarà ospite dei seminari Scienza e Società a Trento.

Info seminario

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15/04/09

Genius Loci: Architettura e Luoghi di Ricerca - conversazione con Flavio Albanese

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Molti sono i luoghi che hanno segnato la geografia storica e la mitologia dello sviluppo delle scienze. Dalla casa di campagna in cui Newton – che vi si era ritirato per sfuggire alla peste – rivoluzionò nel 1665 le idee su ottica e gravità, all’Ufficio dei Brevetti in cui Einstein lavorava quando concepì la relatività ristretta; dalla fattoria in cui Pasteur sperimentò sotto gli occhi dei contadini il suo vaccino contro il carbonchio, al minuscolo ufficio a Cambridge in cui Watson e Crick scoprirono la struttura del Dna. Esistono luoghi che favoriscono il processo di ricerca? E quali risposte può dare l’architettura alle esigenze e alle trasformazioni della scienza contemporanea?

MB Partirei dalla nascita del laboratorio. Qui, nel corso del XIX secolo, la pratica scientifica stabilisce la propria sede operativa naturale – penso al Cavendish Laboratory, fondato a Cambridge nel 1871 e affidato alla direzione del fisico James Clerk Maxwell, al Museum of Comparative Zoology di Harvard, all’Institut Pasteur di Parigi.
FA Sono edifici che a mio avviso nascono con una duplice funzione. Da un lato di rappresentanza verso l’esterno: occorre che chi li vede da fuori intuisca che lì dentro si compie un’attività specialistica e provvista di un suo rilievo anche istituzionale. Dall’altro, verso l’interno, questi spazi definiscono il perimetro di una sorta di ‘pensiero isolato’, con ‘celle’ e ‘caselle’ che hanno una funzione protettiva per gli studiosi che vi lavorano dentro.

MB In questa fase fondativa, almeno per alcune aree di ricerca, il modello degli spazi interni sembra talvolta anche quello dell’atelier, del laboratorio artigianale, con la serie di banchi di lavoro in cui assistenti e ricercatori lavorano sotto l’occhio vigile del direttore o del responsabile dell’esperimento.
FA Certo, in discipline come la fisica o la chimica vi è probabilmente tuttora l’esigenza di luoghi asettici, in cui viga l’ordine assoluto. In altre aree di ricerca – penso alle discipline che dovettero iniziare a utilizzare gli animali a fini sperimentali – emerge però storicamente anche un’altra esigenza di ‘camouflage’, di rendere non ‘leggibili’ e non visibili all’esterno certi spazi per evitare problemi con l’opinione pubblica.

MB Mi viene in mente una frase di uno dei padri della moderna fisiologia sperimentale, Claude Bernard, il maestro di Pasteur: “Se dovessi fare una similitudine che esprimesse il mio sentire sulle scienze della vita, direi che si tratta di un magnifico salone, risplendente di luce, a cui non si può accedere che passando da una lunga cucina piena di odori”.
FA E’ una concezione che rimanda anche a una pratica tradizionale di suddivisione settoriale dei saperi: gli edifici coincidono con i diversi istituti o dipartimenti che corrispondono alle diverse discipline.

MB Come cambia questa esigenza venendo più vicini ai giorni nostri? Oggi si parla di scienza post-accademica o scienza 2.0 per riferirsi a un mutamento significativo nell’organizzazione della ricerca. Un rapporto più stretto con la pratica, anche industriale, l’ascesa di settori all’intersezione tra discipline diverse, addirittura la ‘smaterializzazione’ e delocalizzazione di alcuni processi grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie della comunicazione. L’architettura è in grado di rispondere a queste trasformazioni?
FA Indubbiamente questo richiede un ripensamento piuttosto radicale nella concezione degli spazi. Anziché spazi che proteggano la concentrazione e l’isolamento, si deve pensare a luoghi in cui confluiscano le competenze, a spazi contermini e per certi versi ‘antiaccademici’. Alcune precoci intuizioni di questa trasformazione le troviamo già in progetti come quello di Mies van der Rohe per l’Illinois Institute of Technology che è del 1939. In fondo la stessa idea di Campus è in parte già legata a queste dimensioni. Un esempio più recente è il Salk Institute di La Jolla, realizzato nel 1983 da Louis Kahn, con gli studi dei ricercatori che si affacciano su spazi comuni per i laboratori al centro. Anche il progetto di Kazuyo Sejima per il Politecnico di Losanna, con una serie di ‘buchi’ nella copertura che richiamano il formaggio svizzero, si propone come luogo che origina l’incontro.

MB Un progetto architettonico per il mondo della ricerca che recentemente è stato al centro di molte polemiche è quello di Frank Gehry per lo Stata Center del MIT.

FA Non ho visitato l’edificio di Gehry e pertanto non posso dare giudizi sulle polemiche sollevate. Mi pare utile però fare un ragionamento: quando la funzione viene messa in crisi dal puro gesto autoreferenziale le critiche acquisiscono solidità e significato. Ma non bisogna dimenticare che lo sperimentare accende sempre un debito con la funzione, per cui è evidente che per fare sperimentazione, in scienza come in architettura, occorre concedere qualche margine di errore, facendosi carico dei ragionevoli rischi.

Flavio Albanese è Direttore della Rivista Domus

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10/04/09

Scienza e società si incontrano nell'architettura - terza edizione 16-19 Aprile 2009

Immagine S&A In una villa palladiana, quattro serate di dialoghi tra scienziati, architetti attori,  scrittori, artisti; spettacoli teatrali, concerti musicali, letture poetiche, viaggi nell’architettura del gusto e alla scoperta della musica delle piante. Si inaugura giovedì 16 Aprile la terza edizione della rassegna Scienza e Società si incontrano nell’Architettura, promossa da Observa Science in Society e dal Comune di Caldogno.

Tra gli ospiti di questa edizione Gianni Biondillo, Luca Mercalli, Neri Marcorè, Giorgio Vallortigara, Andrea Possenti, Arturo Stàlteri, Arabeschi di latte, Davide Cassi.

Sabato 18 aprile, in occasione dell’anno internazionale dell’astronomia, serata speciale dedicata allo spazio con il ‘concerto per la Luna’ del pianista Arturo Stalteri e proiezioni di film (For all mankind, documentario sulle missioni sulla luna con musiche di Brian Eno e L’uomo che cadde sulla terra con David Bowie). Domenica pomeriggio dedicata alle ‘architetture del gusto’ e premiazione degli studenti vincitori del concorso Raccontare lo spazio abbinato alla rassegna.

info e programma

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03/04/09

Quei ponti che uniscono la scienza (e la società)

Oresundbridge

L'ultimo convegno mondiale di comunicazione pubblica della scienza si è tenuto nella regione dell’Øresund, tra Svezia e Danimarca.
Nelle sale dell’Università di Malmoe, della Copenhagen Business School e sui bus che li trasportavano da un luogo all’altro, studiosi, comunicatori e scienziati da tutto il mondo hanno discusso le prospettive e le tendenze principali nella comunicazione della scienza.
L’area si presta decisamente a ospitare un evento di comunicazione scientifica.
L’ Øresund Science Region ha infatti appena vinto il premio come regione più innovativa d’Europa.
La forte integrazione tra pubblico e privato, tra università e aziende, ma soprattutto la collaborazione tra i due Paesi rendono la zona un caso di eccellenza nella ricerca e nell’innovazione. Avviata nel 2001, la regione può contare oggi su un consorzio di dodici università – la cosiddetta Øresund University – impegnate a coordinare e integrare i propri sforzi per elevare la qualità della propria offerta e la capacità di attrarre i talenti migliori, sei parchi scientifico-tecnologici, oltre duemila aziende e cinque piattaforme di attività nei settori dell’IT e telecomunicazioni, logistica, alimentazione, studi sull’ambiente, medicina e biotecnologie. Multinazionali quali Sony Ericsson, Astra Zeneca, Tetra Pak, Novo Nordisk (ma anche numerose piccole e medie imprese ad elevato tasso di innovazione) hanno trovato nell’ Øresund un habitat ideale. La sola Medicon Valley, un cluster attivo ormai da un decennio, raggruppa oltre 300 aziende attive nei settori delle biotecnologie e delle scienze della vita, con moltissime affiliate di aziende internazionali; dà lavoro a 40.000 dipendenti nel solo settore privato e 10.000 ricercatori tra pubblico e privato, e lo scorso anno ha attirato oltre 700 milioni di euro di investimenti. Molte aree di ricerca raggiungono l’eccellenza a livello internazionale – neuroscienze e biochimica in particolare, con il 15% di articoli tra i più citati nel mondo. Con questa base, non sorprende che una città dell’ Øresund, Lund, si sia candidata a ospitare il megaprogetto di fisica delle particelle ESS (European Spallation Source) che dovrà essere operativo a partire dal 2020; la regione stima che il beneficio economico di ospitare questa struttura sia calcolabile in 6000 nuovi posti di lavoro all’anno.
Numeri impressionanti, quasi da fantascienza. Ma qual è il segreto di questo che sembra un vero e proprio paradiso della ricerca, soprattutto a un osservatore esterno? Sorpresa: non solo, o non tanto, il ruolo degli investimenti statali. Del circa 4% del PIL che la Svezia investe in ricerca (un record a livello internazionale), meno dell’1% viene dallo Stato; il resto, cioè la parte maggiore, proviene da imprese e fondazioni private. Una pluralità di finanziatori che si rispecchia anche nella governante del cluster scientifico-tecnologico dell’Øresund, dove le università hanno un ruolo importante ma decidono di concerto con gli altri partners. Ma senza dubbio un ruolo decisivo, anche nell’attrarre investimenti privati, lo giocano la disponibilità di risorse umane ed eccellenti infrastrutture.
Con una popolazione di circa 3,5 milioni di abitanti, l’Oresund vanta uno dei tassi più elevati di scolarizzazione d’Europa. Su 150mila studenti universitari, 45mila scelgono le scienze della vita e ogni anno le sole università di Lund e Copenhagen sfornano circa 2500 Ph.D. in questo settore. Questi numeri fanno dell’Øresund un territorio di caccia ideale per istituti di ricerca e aziende, e rendono estremamente facile la mobilità e la costruzione di percorsi professionali individuali. Il carattere internazionale dell’area, la diffusione praticamente generalizzata dell’inglese come lingua di lavoro, la qualità della vita superiore a quella di numerosi grandi centri europei e mondiali rendono altresì l’Øresund capace di reclutare i migliori giovani ricercatori su scala globale.
E poi, naturalmente, il ponte. Dal 2000 i 16 chilometri che dividevano Malmoe e Copenhagen sono coperti dall’impressionante Øresund Bridge e i tempi di percorrenza tra le due città si sono ridotti a una quarantina di minuti, per cui è possibile fare i pendolari (o alternarsi) tra l’intensa vita della capitale danese e le più tranquille coste svedesi (dove peraltro si pagano anche meno tasse). Infine, non è da trascurare l’importanza della comunicazione e del rapporto con la società. Caso unico al mondo, le università svedesi considerano una vera e propria ‘terza missione’ istituzionale – accanto a ricerca e formazione – l’impegno a dialogare con cittadini e territorio sulle proprie ricerche e risultati. Insomma: un modello probabilmente non facile da trasferire in contesti diversi, ma indubbiamente un buon esempio per riflettere sull’opportunità di pensare a ricerca, innovazione e sviluppo al di fuori dagli schemi tradizionali. Mettendo in discussione localismi e gli stessi confini tra stati, conoscenza e impresa, scienza e società. Una sfida aperta anche per il nostro Paese: proprio al termine del convegno svedese Firenze è stata scelta, dopo un’accesa competizione con Londra, per ospitare nel 2012 il prossimo convegno mondiale di comunicazione della scienza.

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19/02/09

Scienza e società tra luci e ombre, tra Italia ed Europa


CopertinaAnnuarioScienzaeSocietà2009 Qualche luce, molte ombre, ma soprattutto numerosi spunti su cui riflettere per immaginare possibili strategie per il futuro. E’ questo in sintesi il quadro che emerge dal nuovo Annuario Scienza e Società pubblicato in questi giorni da Il Mulino.
Innanzitutto il problema delle risorse umane, da cui nessun possibile sviluppo o rilancio della ricerca e del suo ruolo sociale può prescindere. E’ noto, ormai, il dato quantitativo che ci vede piuttosto deboli, in termini di numero di ricercatori: poco più di tre ogni mille occupati. Se è arduo confrontarsi con il vertice della graduatoria (la Finlandia che ne ha quasi 17), non si può fare a meno di notare che la media UE e il dato della stessa Spagna sono quasi il doppio del nostro.
Meno noto, forse, è che questo divario sia particolarmente profondo nel settore privato. Nel mondo dell’impresa lavorano in Italia circa tre scienziati su dieci; in Svezia e Giappone i ricercatori del settore privato sono quasi il 70%, e poco meno anche nella più vicina Austria.
Un altro dato che caratterizza in negativo le nostre risorse umane è il loro livello di retribuzione. Qui siamo davvero agli ultimi posti: meno dei nostri ricercatori (in rapporto al costo della vita) guadagnano solo quelli di Islanda, Portogallo e Grecia. Siamo anche uno dei Paesi con il personale di ricerca più vecchio: in Irlanda il 70% ha meno di 44 anni, contro il 57% da noi; se guardiamo alla sola università, un quarto del personale docente italiano ha più di sessant’anni (solo in cinque Paesi dell’est europeo il personale di ricerca è più vecchio del nostro).
C’è, in sostanza, un grave problema di reclutamento e rinnovamento delle risorse impegnate in campo scientifico-tecnologico, aggravato da un sistema produttivo poco propenso a investire in questa direzione. Un modello positivo a cui molti guardano ultimamente è quello della Øresund Science Region tra Svezia e Danimarca, premiata nel 2008 come regione più innovativa d’Europa. La forte integrazione tra pubblico e privato, tra università e aziende danno oggi vita a un consorzio di dodici università impegnate a coordinare e integrare i propri sforzi per elevare la qualità della propria offerta e la capacità di attrarre i talenti migliori, sei parchi scientifico-tecnologici, oltre duemila aziende e cinque piattaforme di attività nei settori dell’IT e telecomunicazioni, logistica, alimentazione, studi sull’ambiente, medicina e biotecnologie. Multinazionali quali Sony Ericsson, Astra Zeneca, Tetra Pak, Novo Nordisk (ma anche numerose piccole e medie imprese ad elevato tasso di innovazione) hanno trovato nell’ Øresund un habitat ideale.
Un altro tema critico è quello delle differenze regionali. Chi cita i dati OCSE-Pisa sulle competenze in matematica o scienze dei nostri studenti, ad esempio, dovrebbe sempre avere cura di aggiungere che la media nazionale maschera una situazione estremamente disomogenea. In sintesi: abbiamo studenti con competenze vicine alla crema dell’Europa e dell’OCSE (come Friuli, Trentino-Alto Adige, Veneto) e purtroppo studenti con competenze tra le più basse del mondo (come in Puglia, Campania e Sicilia). Un divario visibile anche ad altri livelli: circa la metà del personale impiegato in ricerca e sviluppo in Italia è concentrato in tre regioni (Lombardia, Lazio e Piemonte). Le peculiarità italiane, da questo punto di vista, rendono problematico individuare esempi di riferimento. E’ indubbio tuttavia, che si potrebbe fare di più per innescare processi virtuosi di trasferimento di buone pratiche, anche a livello internazionale. Tanto più che temi come quello delle risorse umane – ma più in generale, il settore delle politiche della ricerca e dell’innovazione – sembrano essere ormai destinati ad essere declinati in chiave europea, più che nazionale. Ed è qui che forse andrebbe concentrato un maggiore impegno da parte delle istituzioni. A fronte di alcune aree di indubbia eccellenza (è il caso ad esempio della fisica, con un impatto delle pubblicazioni italiane superiore del 20% alla media internazionale), i dati sono impietosi nel mostrare con quale difficoltà i ricercatori attivi in Italia accedano alle opportunità di finanziamento offerte su scala europea.
Infine, i rapporti tra scienza e società in senso più ampio. Qui l’impressione è che ci troviamo di fronte a una disponibilità di principio da parte dei cittadini che non sempre trova adeguati strumenti con cui sostanziarsi. Colpisce, ad esempio, che gli italiani esprimano una fiducia nel progresso tecnologico superiore alla media europea e una crescente propensione a dare contributi alla ricerca (attraverso donazioni o scelta del cinque per mille); che accorrano con numeri da record alle sempre più numerose manifestazioni e festival della scienza ma poi assai di rado prendano in mano un libro di tema scientifico; che essi stessi si giudichino, quantomeno con sincerità, tra i meno informati d’Europa sui ambiente e mutamenti del clima. Qui i modelli non mancano: anche Paesi come quelli scandinavi, che devono la loro crescita scientifica e tecnologica soprattutto al settore privato, l’hanno sostenuta con investimenti di base per la cultura e l’istruzione: biblioteche territoriali, diffusione delle competenze informatiche, meritocrazia e competizione nell’accesso alle risorse per istituti e studenti ad ogni livello. 

L'Annuario Scienza e Società 2009 di Observa Science in Society


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02/02/09

O la borsa o la Vi(s)ta

Chi percorra i corridoi di un edificio universitario, di questi tempi, è colpito dalle imprecazioni e dai lamenti che si levano a più riprese.
Non sono i docenti in attesa di concorsi bloccati dalla riforma, né i direttori di dipartimento che devono far quadrare i conti dei fondi di ricerca.
A imprecare e disperarsi sono soprattutto i tecnici informatici, subissati di richieste di 'downgrading'.
Accade infatti che il docente abbia incautamente acquistato l'ultimo modello di PC portatile. Accade che questo modello gli sia recapitato, con sua sorpresa, con il nuovo sistema operativo Vista. Accade poi che dopo alcuni giorni, il docente si presenti ai tecnici informatici, disposto a tutto (anche a pagare, of course) per farsi togliere Vista e mettersi in coda per la 'cerimonia del Downgrade', ormai autentico rito di passaggio che avrebbe fatto impazzire Van Gennep.
Lungi da me esprimere un giudizio su Vista come prodotto informatico, sul quale proclamo la mia più felice incompetenza: la mia è pura osservazione sociologica della genialità di questa innovazione.
I teorici del marketing e i burocrati che ripetono le loro litanie sull'innovazione dovrebbero inchinarsi.
Mai nessuno era riuscito a farsi pagare per NON avere un'innovazione.
Nessuna casa automobilistica ha mai osato proporvi di pagare per togliere l'air bag o il lettore cd  dalla macchina che avete appena acquistato, nessuna pizzeria ha mai osato proporvi un sovrapprezzo per togliere la mozzarella dalla pizza margherita, nessuna ditta produttrice di telefonini è mai riuscita a fare un business
dell'assenza di funzioni aggiuntive (per quanto si sappia di un fiorente mercato di vecchi Nokia 6310i, cellulare con funzioni essenziali ma perfetto per chi telefonava e mandava
messaggi e basta, con durata lunghissima della batteria).
Il pagamento dei diritti di downgrade è quanto neppure il più ardito sogno monopolista avrebbe osato sperare: nemmeno nel medioevo precapitalista nessuno aveva mai pagato il sovrano per retrocedere, chessò, da valvassore a valvassino.
E in più c'è il rischio che sia tutto a fin di bene, alimentando le opere pie della famiglia Gates.
Se poi le università finissero con l'assumere personale dedicato al downgrading per smaltire il lavoro arretrato, beh, allora neppure Keynes avrebbe saputo fare di meglio: sarebbe la vera innovazione scaccia-crisi.

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07/01/09

Scrivere e parlare di Scienza

Saper comunicare con i non specialisti, conoscere i contesti di comunicazione e produzione delle notizie e dei contenuti mediali in modo da poter orientare le proprie strategie di visibilità,  sono divenuti aspetti sempre più rilevanti per i ricercatori e le istituzioni di ricerca.

E' su queste premesse che nasce il ciclo di seminari 'Scrivere e parlare di Scienza', organizzato nell'ambito del programma Scienza Tecnologia e Società dell'Università di Trento.

Il primo incontro sarà con Giovanni Carrada, autore di Superquark, sul tema 'Scrivere di scienza in TV', il 16 gennaio alle 1630.

Seguiranno gli incontri sulla scrittura scientifica per i quotidiani (il 24 febbraio con Armando Massarenti, responsabile della pagina scientifica del domenicale del Sole 24 Ore), per la radio (il 24 marzo Elisabetta Tola, Radio3Scienza) e per i blog (con il direttore di Nova24 Luca De Biase).

Incontro finale il 20 maggio con Felice Frankel del MIT ('Parlare di scienza con le immagini'), considerata la più importante fotografa in campo scientifico a livello internazionale.

Info e programma in pdf


 	                                
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10/12/08

L'Europa assente nei dibattiti su scienza e tecnologia

C’è un’assenza ingombrante in gran parte dei recenti dibattiti su scienza e tecnologia.
E’ l’assenza della dimensione europea, che pure sembra essenziale per affrontare gran parte delle questioni più attuali. Ricorrono gli appelli e i documenti rivolti ad esponenti politici nostrani su quantità e qualità dei finanziamenti nazionali alla ricerca; ma ormai lo stato dei conti pubblici nazionali fa sì che le chances di finanziare idee di ricerca – e non solo il funzionamento ordinario degli istituti - si siano perlopiù spostate in Europa.

Se è senz’altro opportuno richiamare a una distribuzione più trasparente delle (poche) risorse disponibili in Italia, sembra quantomeno strano che questo dibattito investa raramente la dimensione comunitaria, dove pure il budget per la ricerca ha assunto proporzioni sempre più rilevanti - 12 miliardi di euro per ricerca e innovazione previsti per il 2009. Un dato meno pubblicizzato della quota di ricchezza nazionale destinata alla ricerca, ma non meno deprimente, ci vede al 16° posto, dietro Irlanda e Grecia, per tasso di successo dei progetti presentati su scala europea.

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13/11/08

Perché anche i migliori esperti possono sbagliare

In margine alle recenti polemiche su errori e omissioni di grandi esperti - inclusi premi Nobel - nello stimare i rischi insiti in alcuni prodotti finanziari.

In un recente articolo pubblicato sulla rivista Plos Medicine, un gruppo di epidemiologi sostiene che questa potenziale fallacia riguarda tutti i settori della ricerca ed è collegata al modo in cui è organizzato il sistema delle pubblicazioni scientifiche, soprattutto ai livelli più alti.

L'estrema competizione per pubblicare sulle riviste più prestigiose - come ad esempio Science e Nature - crea secondo gli autori una situazione di 'scarsità artificiale' in cui l'estrema selettività non è necessariamente garanzia di qualità eccelsa.

Già in uno studio precedente, Ioannidis et al. avevano mostrato come almeno un terzo dei risultati pubblicati sulle riviste più citate fossero stati confutati nel giro di poco tempo.

Ora argomentano che questa situazione potrebbe - involontariamente - portare a dare una corsia preferenziale per la pubblicazione a quegli articoli che contengono risultati più 'estremi o spettacolari'.

Già altre ricerche, anche recenti, hanno peraltro mostrato come vi sia una distorsione selettiva che porta a pubblicare articoli che presentano risultati 'positivi' (soprattutto se si tratta di trials sull'efficacia di un farmaco) rispetto a quelli che presentano risultati 'negativi'.

Ioannidis et al. concludono con alcune proposte per temperare quello che considerano un meccanismo potenzialmente perverso non solo per i ricercatori ma anche per coloro che si trovano poi ad utilizzarne i risultati (clinici e pazienti nel caso della medicina, investititori e risparmiatori nel caso dell'economia, ad esempio).

Ma come osserva un commentatore sull'Economist, anche il pezzo di Ioannidis et al. è pubblicato su un'importante rivista scientifica - dovremmo quindi diffidarne?

Un commento sull'Economist
L'articolo su Plos Medicine

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