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Della crisi della verità, ovvero perché non possiamo non credere alle cospirazioni

In un recente articolo sul New Scientist, lo psicologo Patrick Leman espone alcuni risultati dei suoi studi sulla nostra tendenza a credere a teorie cospiratorie (la CIA ha organizzato gli attentati dell’11 settembre, Diana è stata fatta fuori dalla famiglia reale, eccetera). Uno dei meccanismi chiave è da lui definito ‘major event, major cause’. In sostanza, un evento di grande portata (un cataclisma, l’assassinio di una persona importante) non ci pare spiegabile da cause minori (un guasto tecnico, una disattenzione). Di qui la ricerca di agenti significativi, meglio se occulti. Ma ci si potrebbe chiedere, più in generale, se la proliferazione non solo di teorie cospirative, ma di teorie, spiegazioni e indagini che di volta in volta si accordano con visioni e gruppi sociali diversi (es. il clima sta cambiando/il clima non sta cambiando) non rifletta una più sistematica ‘crisi della verità’. Non parlo naturalmente della verità in senso filosofico, ma sociologico: un dato o serie di dati in grado di orientare l’azione o la decisione (politica, per esempio) in senso non problematico. Oggi non vi è dato o parere scientifico che non paia controvertibile, ribaltabile, accusabile di partisanship. Siamo davvero diventati, come sostiene magistralmente Mordecai Richler nel suo libretto, "Un mondo di cospiratori?"

P. Leman, The born conspiracy, New Scientist 14 july 2007

M. Richler, Un mondo di cospiratori