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Tra giornalismo e pubbliche relazioni: verso la comunicazione della scienza 2.0?

Megafono
La comunicazione pubblica
della scienza si è storicamente sviluppata in un panorama mediale e in un contesto
di ricerca profondamente diversi da quelli odierni. Questo cambiamento è da un
lato espressione di più generali trasformazioni della professione giornalistica
sul piano organizzativo e tecnologico. Dall’altro, è legato all’emergere di
attività di pubbliche relazioni – e più in generale  dell’attiva proposta di contenuti e materiali
comunicativi –  come componente sempre
più significativa delle attività delle istituzioni di ricerca. Vuoi per un’osmosi di modelli organizzativi
dovuta alle crescenti interazioni della ricerca con il mondo aziendale, vuoi
perché una buona visibilità mediale è elemento a cui i decisori politici e gli
stessi investitori finanziari sono sempre più sensibili, fatto sta che non vi è
università o istituto di ricerca che non disponga, ormai, di uffici e staff
addetti alle pubbliche relazioni e che non organizzi conferenze stampa per
presentare le proprie attività più significative. In generale, dunque, il
contatto con i media non è più subìto o al massimo mal tollerato; al contrario,
sempre più frequentemente le istituzioni di ricerca perseguono attivamente
attenzione e risonanza nei media. Qualche tempo fa, commentando il proprio
ritardo competitivo nei confronti della NASA in occasione della missione su
Marte che aveva ricevuto enorme risalto sui media internazionali, il direttore
della European Space Agency indicò tra i
fattori decisivi il ruolo degli uffici stampa. Oltre ad essere più nutrito e
agguerrito, quello della NASA poteva infatti contare su una più rapida
circolazione della comunicazione verso l’esterno, che nel caso dell’ESA deve
invece superare numerosi filtri e controlli burocratici.

Già
a metà degli anni Novanta un quarto degli articoli su temi scientifici
pubblicati dai quotidiani inglesi nascevano da un comunicato stampa di
un’istituzione di ricerca. Oggi si stima che circa due terzi dei lanci
d’agenzia su temi scientifici siano basati su comunicati e altro materiale
fornito da uffici stampa e di pubbliche relazioni. Questo è dovuto anche alla semplificazione
e alla riduzione dei costi permessa in ambito giornalistico dalla diffusione di
“kit informativi” predisposti dai professionisti delle pubbliche relazioni e pronti
per essere trasformati in servizi giornalistici. Così negli ultimi anni, al
ridimensionamento o alla chiusura di molte redazioni che si occupavano di
scienza e tecnologia, è corrisposto un aumento di giornalisti e personale
impiegato da istituti e imprese nelle pubbliche relazioni. Nel complesso, si
stima che attualmente in Germania vi siano circa sessantamila giornalisti
attivi e circa ventimila impiegati nelle pubbliche relazioni. Negli USA, lo
staff impegnato in pubbliche relazioni (circa 162.000) ha superato ormai
nettamente il numero dei giornalisti (circa 122.000). . Simili trasformazioni
non sono esenti da criticità. L’80% degli articoli su questioni scientifiche sulla
stampa tedesca sono basati su un’unica fonte e meno di un terzo la menzionano
esplicitamente. Vi sono addirittura esempi di pagine sulla scienza interamente
‘appaltate’ all’ufficio stampa della locale Università, come nel caso del
quotidiano tedesco Badische Zeitung di Freiburg. Tutto ciò  – e in particolare la scarsa trasparenza nel
rendere esplicita la provenienza e l’utilizzo di materiali di PR – rischia di
mettere in discussione l’indipendenza e la capacità critica del giornalismo
scientifico. Neppure la fiction è esente da questi processi di ‘colonizzazione’
da parte di fonti e istituzioni: recentemente l’American Film Institute ha
organizzato, in collaborazione con il Pentagono, seminari con scienziati e
sceneggiatori per produrre film che invoglino i giovani americani a scegliere
facoltà scientifiche. L’altra faccia di questo fenomeno è che l’esposizione
mediale delle questioni legate alla scienza e alla tecnologia non avviene più
dopo che il dibattito scientifico si è stabilizzato, ma entra in vivo nelle
fasi di maggiore incertezza e controversia tra gli stessi specialisti. La
tradizionale sequenza lineare ‘ricerca/discussione informale tra colleghi/pubblicazione
specialistica ufficiale/comunicazione ai policy makers/assorbimento attraverso
la manualistica/divulgazione al grande pubblico’, caratteristica della
comunicazione della scienza sino a tutta la stagione della big science,
è continuamente spezzata e ricomposta. Il web, tipicamente, infrange l’ordine
sequenziale e la tenuta di quei ‘filtri’ che in passato contraddistinguevano il
percorso dei risultati dal ricercatore al grande pubblico. Una ricerca con
Google su ‘applicazioni delle nanotecnologie’ restituisce simultaneamente, fin
dalla prima pagina, articoli specialistici, pubblicità commerciali, documenti
di policy, opinioni entusiaste sul futuro delle nanotecnologie e preoccupazioni
per alcune loro implicazioni. Iscrivendosi a gruppi di discussione o mailing
list, chiunque può trovarsi nel mezzo di controversie tra esperti un tempo
accuratamente celate ai non specialisti; o accedere su un certo tema (poniamo,
gli Ogm) tanto alle posizioni degli scienziati ‘ortodossi’ quanto a quelle dei
più scettici. Una conseguenza generale è che le routines produttive e gli
interessi specifici dei media divengono sempre più influenti nel definire
l’agenda della scienza e della tecnologia. Addirittura, si registra non di rado
un adattamento della comunicazione scientifica alle cadenze e alle esigenze
della copertura mediale. La mappatura del genoma umano, ad esempio, con i suoi
ripetuti annunci di successi parziali, promessi o semplicemente imminenti,
corrispondeva idealmente al bisogno dei media di eventi specifici a cui
agganciarsi, senza i quali un progetto di ricerca così lungo diventa
difficilmente ‘notiziabile’. E’ a questi scenari profondamente cambiati e alle
loro reciproche interazioni che bisogna guardare per comprendere il ruolo della
comunicazione nella scienza contemporanea. 

Journalism, Science and
Society: Science Communication Between News and Public Relations
è pubblicato
in questi giorni da Routledge.
Curato
da Massimiano Bucchi (Università di Trento) e Martin Bauer (London School of
Economics), contiene saggi di studiosi, giornalisti scientifici ed esperti di
pubbliche relazioni in campo scientifico-tecnologico da cinque continenti. Tra
gli autori Manuela Arata (INFM), il due volte vincitore del premio Pulitzer Jon
Franklin, Tim Radford (Guardian), Jon Turney (Imperial College).

Journalism, Science and Society sul catalogo Routledge