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Oltre la retorica dell’innovazione: colloquio con Helga Nowotny

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L’innovazione è ormai
divenuta un mantra buono per tutti e per tutte le situazioni. Foriera di
benessere economico e sociale, ineludibile strumento per reggere il passo con
la competizione internazionale, l’innovazione è considerata in questa
prospettiva un fatto da promuovere tout court, eventualmente anche attraverso
opportune misure di policy – ad esempio, investimenti pubblici in ricerca di
base suscettibili di tradursi in innovazione e quindi in sviluppo. Una simile
retorica è divenuta, negli ultimi decenni, un elemento ricorrente nelle
dichiarazioni programmatiche di politici, imprenditori, ricercatori e
commentatori: ‘più innovazione’ è divenuta la ricetta comune per affrontare il
declino economico del nostro Paese e dell’Europa; ‘non fermare l’innovazione’ è
divenuto l’appello ricorrente su temi controversi quali gli Ogm, le cellule
staminali di embrioni, le infrastrutture per treni ad alta velocità.
Helga Nowotny, sociologa della scienza, vice
presidente dello European Research Council ha scritto un libro che cerca di
comprendere le ragioni dell’ubiquità di questa retorica, i vuoti che va a
colmare nella nostra ormai stanca immaginazione del futuro. Il libro è
pubblicato anche in Italiano, con il titolo
Curiosità insaziabile
.
“Il nostro concetto di
innovazione" spiega "si è progressivamente ristretto alla dimensione tecnologica.
Occorre riscoprirne il senso più pieno, anche sociale e culturale, che ci è
necessario per poter pensare al futuro. La curiosità è una spinta di per sé
amorale e potenzialmente insaziabile. D’altra parte, le pressioni verso la
privatizzazione della conoscenza scientifica e la democratizzazione della sua
governance modificano la natura di scienza come bene pubblico. La sfida è
capire sino a che punto si possa ‘domare la curiosità scientifica’ senza comprometterne
la stessa forza propulsiva”.

Si tratta, insomma, di riscoprire
il senso più pieno di innovazione e curiosità intellettuale, per governare la
scienza in un futuro fragile.

Sapere, fare, potere: verso un’innovazione responsabile