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Più dati (e meno retorica) sulla fuga dei cervelli

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La recente assegnazione del premio Nobel all’americano di origina italiana Mario Capecchi ha offerto una nuova occasione per l’ormai diffusa litania della ‘fuga dei cervelli’. Tale litania e i relativi appelli, per quanto senza dubbio dettati da nobili intenti, rischiano di
trasformarsi in blanda retorica se non si presta attenzione ad alcuni dati di
fatto.

Primo: quanti sono i nostri ‘cervelli in fuga’? Secondo l’OCSE, sono
circa 7 su cento laureati/dottorati. La media OCSE è vicina al 9%; dal Regno
Unito se ne va il 15%; il Paese che ‘esporta’ più cervelli è l’Irlanda, spesso
indicata come ottimo esempio di sviluppo per ricerca e innovazione: ne esporta
uno su quattro. Come è possibile che Paesi la cui ricerca gode di uno stato
ritenuto generalmente soddisfacente perdano molte più intelligenze di noi,
peraltro senza troppo piangerci sopra? La spiegazione sta nel secondo dato: la
capacità di attrarre ‘cervelli’ stranieri. Nel Regno Unito 16
laureati/dottorati su 100 arrivano dall’estero; in Irlanda il 18%. Per non
parlare di casi come Svizzera o Canada, dove i cervelli stranieri sono più di
uno su quattro. In Italia siamo al 6%, la metà della media OCSE. Morale: in uno
scenario di ricerca ormai globale, il nostro problema non è esportare
competenze (che potrebbe essere, anzi, ragionevolmente considerato un positivo
riconoscimento della qualità della nostra formazione); è invece l’incapacità di
attrarre competenze dall’estero. Ma è chiaro che affrontare questo problema
significherebbe toccare temi assai sensibili quali le procedure di reclutamento
e la capacità delle nostre strutture di ricerca di offrire a chi viene
dall’estero un ambiente, anche organizzativo, in grado di competere con gli
standard internazionali.

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