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RISCOPRIRE L’ABILITA’ MANUALE

Le discussioni sullo sviluppo e sul
rilancio dell’economia sono spesso incentrate sull’importanza degli
investimenti in ricerca e innovazione, misurabili in parametri quali
pubblicazioni scientifiche e brevetti. È un discorso senz’altro condivisibile,
ma che talvolta rischia di rimanere astratto e ispirato a modelli – come quello
scandinavo – di non facile trasferibilità nel nostro contesto. Si trascura così
la dimensione del rapporto tra ‘sapere’ e ‘saper fare’, tra conoscenza e
abilità manuale, che le statistiche su brevetti e investimenti non còlgono. Un
tema, questo, di particolare rilevanza per il territorio italiano e la sua ricca
tradizione, fatta anche di saperi pratici e incorporati in manufatti conosciuti
a livello internazionale. Basti ricordare quanto fu prezioso, per uno
scienziato come Galileo, attingere all’esperienza manuale dei ‘peritissimi
artefici’ (come lui li chiamava) dell’Arsenale di Venezia.

Oggi purtroppo la manualità non gode
di buona reputazione, soprattutto tra le nuove generazioni. A molti ragazzi
l’istruzione tecnica pare una scelta residuale, nonostante alcuni dei nostri
istituti tecnici siano tradizionalmente scuole di ottimo livello. Secondo un
recente studio internazionale condotto in quaranta Paesi, quando i ragazzi italiani
si immaginano il proprio lavoro futuro lo vedono ‘creativo’ e ‘indipendente’,
mentre la manualità e le abilità tecniche sono all’ultimo posto (Rapporto internazionale Rose, in corso di pubblicazione).

Non si tratta necessariamente di un
richiamo nostalgico a un passato arcadico fatto di botteghe artigiane: oggi
l’abilità può esprimersi in manufatti quali il sistema operativo Linux o l’iPhone.
Ma un’analisi focalizzata solo su lauree e brevetti dovrebbe limitarsi a
constatare il declino degli Stati Uniti (che nel 1970 sfornavano la metà dei
laureati mondiali in discipline scientifiche o ingegneria, percentuale che è
poi continuamente scesa) senza cogliere l’esplosione delle tecnologie digitali.

Gli stessi studi scientifici sono
penalizzati da metodi di insegnamento che non valorizzano adeguatamente la
dimensione pratica: si pensi che la possibilità di fare esperimenti di
laboratorio durante la scuola superiore fa triplicare le probabilità di
iscriversi a una facoltà scientifica (dati Observa Science in Society, 2006).

Valorizzare manualità e abilità
tecniche ha inoltre un valore civico e sociale. Non più sostenuto da un’etica
del sacrificio come quella che ha tradizionalmente propulso lo sviluppo
economico dell'Italia nel dopoguerra, il lavoro rischia di svuotarsi completamente di un
senso che non sia quello del successo nel più breve tempo possibile. La
gratificazione che una ‘cosa ben fatta’ (“a regola d’arte”, si dice non a caso)
offre a chi l’ha realizzata, come ben sa chiunque si sia cimentato in un’attività
manuale, è fonte di soddisfazione e legittimazione del proprio ruolo sociale
che va al di là della stessa ricompensa monetaria.


intervista a Richard Sennett di A. Lanni