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L'importanza di chiamarsi 'influenza suina'

“Solo il tuo nome è mio nemico. Prendi un altro nome!” così Giulietta supplicava il suo Romeo nel celebre dramma shakespeariano. Un’implorazione ricorrente anche sin dai primi giorni in cui è esplosa l’emergenza per la patologia inizialmente detta ‘influenza suina’. Numerose voci si levarono subito, infatti, a criticare l’etichetta affibbiata alla patologia causata dal virus meno pittorescamente noto come A/H1N1. La Commissaria europea alla salute Vassiliou, rispondendo anche alle preoccupazioni dei produttori di carne suina che temevano un calo significativo dei consumi, informò che la Commissione Europea avrebbe sostituito il termine di ‘influenza suina’ con quello più neutro di ‘nuova influenza’. Anche alcuni esponenti politici israeliani respinsero immediatamente, per motivi religiosi, il termine associato ai suini, preferendo definire la malattia ‘influenza messicana’ (con conseguenti proteste e preoccupazioni da parte messicana).

Soprattutto in campo medico-sanitario, l’attribuzione di un nome a una certa patologia può da un lato rivelare, dall’altro alimentare, preoccupazioni e ‘nervi scoperti’ nella sensibilità del pubblico.

L’espressione ‘mucca pazza’, associata alle impressionanti immagini di mucche malferme sulle proprie zampe che i notiziari continuavano a trasmettere, ebbe un ruolo non trascurabile nel collocare la BSE in cima all’agenda delle preoccupazioni pubbliche e politiche nella seconda metà degli anni Novanta.

Un meccanismo tipico è quello della ‘rimozione della malattia’, attribuendole cause e provenienza al di fuori dai propri confini. Un modo di pensare che ben si concilia, nella cultura popolare, con le diffuse rappresentazioni ‘militari’ della malattia come guerra tra germi invasori e organismo. La sifilide, ad esempio, era nota agli italiani come ‘morbus gallicus’ (cioè malattia francese) e ai giapponesi come ‘malattia cinese’. La grande epidemia di influenza del 1918-19, che causò oltre venti milioni di morti, divenne rapidamente nota – ed è tuttora ricordata - come ‘spagnola’ nonostante la maggioranza degli studiosi concordasse nell’assegnarle un’origine asiatica.

La scelta di un’etichetta a cui associare una patologia infettiva condensa emblematicamente un dilemma sempre più cruciale per le organizzazioni sanitarie in casi come quello della ‘nuova influenza’: come bilanciare rassicurazione ed allerta, evitando il panico ma nel contempo informando i cittadini sui potenziali rischi.

E’ probabile che parlare di ‘nuova influenza’ o ‘influenza A’ sia tecnicamente più preciso oltre che politicamente più corretto. Ma ci si può chiedere se questi slittamenti terminologici ‘in corsa’ non rischino di disorientare il grande pubblico o addirittura di far abbassare la guardia della prevenzione. Al punto da costringere ironicamente  alcune istituzioni sanitarie, come il Department of Health del Minnesota, a citare il proprio illustre concittadino Prince (che anni fa rinunciò al proprio nome d’arte per liberarsi da un contratto discografico), pur di farsi capire dai propri interlocutori. Chi visita il sito web del Dipartimento trova infatti notizie sull’influenza “formerly known as swine flu”, ovvero “influenza precedentemente nota come influenza suina”.

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Per non parlare dell'aviaria. La paura dell'ignoto e dell'invisibile è profonda. L'importante è comunicare bene, avendo anche il coraggio - perché no? - di cambiare in corsa.

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