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La società ha ucciso le star del pop? Ascesa e caduta della pop music tra tecnologia e cultura

Junfukamachi Numerose analisi della crisi della
pop music e dell’industria musicale tendono a enfatizzare il ruolo di ‘nuovi’
elementi, tecnologici e comportamentali (downloading, file sharing,
masterizzazione). Aspetti certo rilevanti, ma che possono essere meglio
compresi entro più ampi cambiamenti storico-sociali. Non si può infatti capire
la caduta del pop, se non se ne capisce l’ascesa; se non si guarda il lungo
periodo, anziché l’immediato, come peraltro suggeriscono anche alcuni esperti
di tecnologia digitale.
Secondo i dati della Recording
Industry Association, il fatturato del settore discografico passò tra il 1950 e
il 1967 da 189 milioni di dollari a un miliardo 173 milioni. E’ in questa fase
che la pop music si consolida come fenomeno commerciale e al tempo stesso
socio-culturale. Ed è in quel periodo che emerge un nuovo soggetto demografico:
la prima generazione di cittadini europei nata sotto il segno della pace e
dello sviluppo, che non doveva occuparsi della propria sopravvivenza o stretta
sussistenza. Molti (e questi giovani erano tanti) avevano a disposizione ciò
che sino ad allora era stato un privilegio di pochi: tempo libero, e una quota
di reddito per riempirlo. Questa generazione non aveva solo fame di nuovi prodotti
ma anche il bisogno (e la possibilità) di ritrovarsi all’unisono in quanto
generazione. La possibilità era alimentata dalla diffusione dei mezzi di
comunicazione; dallo sviluppo del turismo; dall’ampia affermazione della lingua
e della cultura angloamericana. Come ogni generazione ‘nuova’, doveva anche contrapporsi
alla precedente: quale risorsa più potente di un genere praticamente
sconosciuto ai propri padri e nonni? Pop e rock divennero veicoli privilegiati ed
elementi simbolo di una generazione che per la prima volta si sentiva padrona
del proprio destino in ogni area, dalla sessualità alla cultura. Ironicamente
fu proprio questa generazione, spesso additata a simbolo di movimenti ‘collettivi’
e ‘comunitari’, a sperimentare per prima quell’individualismo – e quel senso di
continuo presente in cui tutto è a portata di mano – che oggi viviamo in forma
esasperata, alimentata da nuove e ancor più colossali rivoluzioni tecnologiche.

Tra il 1963 e il 1969, le vendite
dei dischi raddoppiarono, raggiungendo un totale di 1,6 milardi di dollari che
era da solo superiore a quello di tutte le altre forme di intrattenimento. L’offerta si diversificò in
generi e sottogeneri per accontentare un pubblico che cominciava a incresparsi
di esigenze e gusti diversi. Ma ancora nel 1967 la generazione del pop era in
grado di pulsare all’unisono, quando l’album “Sgt. Pepper” dei Beatles divenne esperienza
collettiva e primo vero ‘evento’ mondiale dell’industria dell’intrattenimento. Nei decenni successivi,
tecnologie come walkman e poi Pod incarnano la trasformazione della musica pop in
flusso sonoro di accompagnamento quotidiano. La compilation, personalizzata e
personalizzabile, diviene più dell’album e della stessa canzone l’unità di
misura di ascolto. Nascono strumenti che sfruttano le infrastrutture
tecnologiche (MP3) e quelle giuridiche (la tradizionale tolleranza verso la
copia per uso privato e di scambio amicale, che Napster eleva su scala globale).
La rivoluzione digitale completa una transizione avviatasi negli anni ‘70,
mettendo alla portata di chiunque non solo i ‘mezzi di produzione’ musicale ma
anche (My Space) la sua distribuzione. Nessuna di queste tecnologie, tuttavia, si
sarebbe affermata senza una contemporanea mutazione socio-culturale e perfino
antropologica. Il pop infatti si è sviluppato,
quasi cinquant’anni fa, nel contesto di una generazione globale e sincrona,
portatrice di un nuovo individualismo e bisognosa di nuovi linguaggi espressivi
con cui affermare la propria identità prima sul piano generale, e poi
subculturale.

Il declino del pop è legato
all’esasperazione di alcune di queste tendenze, e all’esaurimento di altre.
Senza scomodare slogan abusati quali la ‘modernità liquida’, è evidente non
solo che la cultura ‘giovanile’ (ammesso che si possa ancora definire tale) si
è polverizzata in innumerevoli rivoli e nicchie, ma che la loro appartenenza è
sempre più fluida. Non è più possibile definire un individuo sulla base delle
sue preferenze musicali come proxy di appartenenze sociali e culturali. La
cultura dell’Ipod e del downloading svuota di senso il consumo musicale,
soprattutto in termini di rituale collettivo. Album, canzoni e artisti si sciolgono
in un brodo dove si ignorano felicemente titoli delle canzoni e volti dei loro
autori. Il pop di maggior successo del ventunesimo secolo (da Moby a Fatboy
Slim) è quello che più si presta a questa liquefazione in jingle pubblicitario
o suoneria di cellulare. L’individualismo e la percezione del controllo sul
proprio destino, la ‘privatizzazione’ e la trasformazione possibile del proprio
corpo e di tutto ciò che ci riguarda, le scelte sempre reversibili e le
identità friabili nell’epoca della socialità digitale, hanno frantumato ogni
possibilità di quella pop culture che proprio l’individualismo aveva cullato. In
termini di realizzazione personale e professionale, la musica pop è stata
rimpiazzata da altri e più appetibili percorsi. “Se avessi diciannove anni” ha
dichiarato David Bowie “salterei a piedi pari la musica e andrei dritto su
Internet. Quando avevo diciannove anni io, la musica era ancora vista come un
pericoloso potenziale di comunicazione del futuro ed è stato proprio questo suo
aspetto ad attirarmi; adesso non ha più quel marchio”.

Volendo estremizzare, è possibile
vedere la storia della pop music come un’immensa ‘bolla speculativa’ che per
mezzo secolo è cresciuta come esperienza di senso collettiva per poi sgonfiarsi,
dissolta da tecnologie e culture che l’hanno spinta a consumo individuale e di
sottofondo, attività del tempo libero e finestra multitasking come tante altre
(“senti che forte questo pezzo” vale “hai visto che forte quel video su You
Tube?”).


The Buggles, Video Killed the Radio Stars, primo video trasmesso da MTV