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Perché scienza e società non si capiscono


Copertinascientisti Che si parli di Ogm, di energia nucleare o di situazioni
di fine vita, il dibattito pubblico sembra prigioniero di uno schema
consolidato. Da un lato i fautori di uno sviluppo illimitato di scienza e
tecnologia; dall'altro, coloro che invocano un argine all'invasione di campo
della ricerca in ambiti tradizionalmente appannaggio di scelte e pratiche
sociali, politiche o religiose. Paradossalmente i due fronti condividono un
medesimo pregiudizio. Entrambi considerano scienza e società come entità
internamente compatte, rigidamente separate e reciprocamente impermeabili. Alla
scienza spetta di mettere continuamente sul tavolo nuove proposte, che la
società attende al varco per boicottarle. In Scientisti e antiscientisti. Perché scienza e società non si capiscono
(Il Mulino), cerco di mostrare che questo schema è ormai inadeguato oltre che fuorviante
– e ci impedisce altresì di cogliere e valorizzare le sfide più rilevanti della
scienza nella società contemporanea.

Da parte sua, infatti, la scienza offre sempre più
“prodotti” che intercettano desideri e aspettative sociali. Per 399 dollari,
l’azienda della Silicon Valley 23andMe offre direttamente dal proprio sito un’analisi
di 580mila marcatori o variazioni genetiche che permettono al cliente di sapere,
tra l’altro, con quale probabilità potrà sviluppare un centinaio di patologie,
la predisposizione a un quoziente di intelligenza elevato, se un bambino sia
effettivamente figlio di un certo padre.

Il rapporto del mondo della ricerca con i mass media, un
tempo temuto e deprecato, è sempre più intenso e pervasivo. Un genetista e
membro dell’editorial board della
rivista Science ha spiegato che la
prima scrematura dei manoscritti ricevuti per la pubblicazione si basa “su un
mix di novità, originalità e sul fatto che il tema trattato sia più o meno trendy”. Qualche anno fa, un addetto
stampa dell’Università del Wisconsin, discutendo con un ricercatore delle
strategie di pubblicizzazione di una ricerca sulla formazione delle ali nel
moscerino drosophyla, suggerì di
rifare l’esperimento con le farfalle per produrre immagini più attraenti e
suscettibili di catturare l’attenzione, sia dei redattori della rivista scientifica
a cui era diretto il saggio, sia della stampa non specializzata.

La scienza è anche divenuta un elemento di
intrattenimento attraverso la cosiddetta ‘scienza spettacolo’: le notizie
sempre più ricorrenti di studi (provenienti da riviste scientifiche
specializzate o da comunicati stampa di autorevoli istituti) sulla base
neurologica del gusto per le patatine croccanti, le proprietà preventive del
ballo liscio contro la demenza senile, l’ormone della generosità e il
fondamento genetico della predisposizione a perdere più o meno precocemente la
verginità.

A questa spinta corrisponde, da
parte della società, l’utilizzo ormai estensivo e indiscriminato di immagini,
concetti, argomentazioni e linguaggi che si richiamano alla scienza.
Quest’ultima diviene così una risorsa per sostenere o legittimare le più
disparate posizioni nei più vari ambiti della vita sociale: dal business alla
politica, dalla comunicazione pubblicitaria alla fiction. Questo rapporto
pragmatico e opportunistico illude la società di padroneggiare la scienza,
senza che vi sia una significativa interiorizzazione culturale dei suoi
contenuti e metodi. La scienza si trova così ad essere giudicata sulla base dei
‘prodotti’ che è in grado di offrire: soluzioni tecnologiche a problemi
sociali, pareri scientifici consoni a bisogni o aspettative sempre più mutevoli
e individualizzate.

I frequenti cortocircuiti tra
discorso scientifico e opinione pubblica, tra le priorità della ricerca e le
aspettative sempre più pressanti e diversificate di cittadini e consumatori, erodono
i confini tra scienza e società evidenziando le divisioni entro i rispettivi
fronti – i recenti dibattiti sul clima ne sono un esempio emblematico.

Da un certo punto di vista, per quanto possa sembrare
paradossale, oggi scienza e società non si capiscono perché si intendono fin troppo bene.
Credendo (o fingendo) di scontrarsi, scienza e società in realtà assecondano le
rispettive inclinazioni, si usano reciprocamente come scudo (e come scusa) in
un illusorio gioco delle parti.