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Quando il virus fa notizia

Pasteurabies

Dalla cosiddetta ‘mucca pazza’ alla più recente ‘nuova influenza’: virus, epidemie e pandemie sono divenute negli ultimi anni un elemento ricorrente delle pagine dei quotidiani e dei notiziari radiotelevisivi. Ma che cosa accade quando questi temi divengono materia giornalistica? E com’è cambiato il modo di trattarli?

Naturalmente l’interesse dei mezzi di informazione per questi argomenti non è un fatto nuovo. A fine Ottocento, quando Pasteur sperimentò pubblicamente sugli animali di una fattoria l’efficacia del suo vaccino contro il carbonchio, sfidando così lo scetticismo di numerosi colleghi, il Times mandò da Londra un inviato speciale su invito dello stesso Pasteur (abile comunicatore non meno che geniale ricercatore). Le cronache parlano di una folla festante che accolse Pasteur alla stazione il giorno in cui giunse a verificare i risultati, celebrati per settimane nella stampa popolare che contribuì a forgiarne la reputazione come grande scienziato e gloria nazionale.

Ciò che è cambiato, soprattutto negli ultimi decenni, sono le modalità di ‘rappresentazione’ di queste minacce per la salute e degli sforzi per affrontarle. Un cambiamento legato, da un lato, a trasformazioni più generali dei mezzi di comunicazione di massa, dall’altro a dinamiche informative caratteristiche delle situazioni di rischio sanitario. In questo senso davvero la vicenda della BSE (o ‘mucca pazza’) segna, a metà anni Novanta, un profondo spartiacque. Da ‘messaggeri del pericolo’ – portavoce delle istituzioni sanitarie e degli esperti, che vi dispensavano consigli e raccomandazioni – i media divengono una vera e propria arena in cui convivono e si scontrano soggetti e pareri spesso molto dettagliati, non di rado discordanti. Ma non è, come spesso si sostiene un po’ semplicisticamente, un mero problema di accuratezza o scarsa attenzione a ciò che dicono gli esperti. La vera novità è che non vi è parere esperto o posizione istituzionale che non sia messa in discussione; la polifonia di indicazioni provenienti da ricercatori e medici non conduce quasi mai a una conclusione risolutiva e a una chiara indicazione operativa per il pubblico; il formato della discussione prevalente è quello del talk show, laddove alimentare il confronto di opposti punti di vista è più importante che giungere a una soluzione.

Questa tendenza è amplificata dai moderni media digitali, che moltiplicano lle opportunità di accesso a informazioni e documenti una volta preclusi al grande pubblico e la disponibilità di voci e pareri esperti. Emblematico il recente caso dell’influenza H1N1: documenti, indiscrezioni e accuse dalla rete globale si sono riversate continuamente sui dibattiti e le iniziative nazionali. Paradossalmente, l’àncora di salvataggio  a cui i media si aggrappano in questo sovraccarico informativo è del tutto tradizionale e assume il corpo e il volto di ‘testimonial’: ministri che addentano polli arrosto per rassicurarci sui rischi dell’influenza aviaria o che offrono hamburger bovini ai figli davanti alle telecamere.

Il testimonial di Pasteur fu Joseph Meister, un bambino morso da un cane rabbioso. Pasteur gli iniettò il vaccino che stava sperimentando, e tre mesi dopo poté riferire all’Accademia delle Scienze che il ragazzo era in buona salute. Meister gli rimase legato e divenne il custode dell’Istituto Pasteur fino al 1940, quando preferì suicidarsi piuttosto che veder profanata dai nazisti la cripta in cui era conservato il suo salvatore.

A noi, più prosaicamente, per proteggerci dai rischi della nuova influenza sono bastati i consigli del testimonial Topo Gigio.