Successivo » « Precedente

L'eclissi di futuro e gioventù

Gioventù amore e rabbia Una possibile chiave di comprensione per la rapida trasformazione della cultura popolare –  ad esempio in ambiti come il consumo di pop music - è nel declino di due ‘invenzioni’ culturali molto potenti che nel secolo scorso hanno accompagnato e sostenuto la crescita e l’ ‘immaginazione’ della cultura pop.

La prima invenzione è un concetto di futuro come frontiera o perfino come “terra promessa”.

E’ questo, come noto, un topos cardine della produzione culturale, soprattutto americana, dello scorso secolo – uno dei crogiuoli in cui il fenomeno pop si forgia. E’ il domani e il traguardo a portata di mano, è la luce verde che abbaglia il Grande Gatsby, è la Thunder Road che porta Springsteen dritto fuori dalla città dei perdenti.

Da questa materia simbolica l’epoca aurea del pop ha attinto a piene mani, declinandola nelle forme più varie: spettacolari, intime, arrivistiche, politiche. Gli stessi successi personali dei suoi protagonisti ne costituivano una luccicante metafora.

La seconda invenzione è il concetto di gioventù. La nozione di un’età distinta dall’infanzia e dall’età adulta è relativamente recente, e si caratterizza anch’essa nel corso del Novecento in coincidenza con una serie di mutamenti economici, sociali e demografici.

Questi due concetti sono la benzina culturale e simbolica che accende l’esplosione del pop nella seconda metà del secolo scorso. Essi si si nutrono l’un altro e l’iconografia pop ne documenta l’intreccio nei modi più pittoreschi, fin da quando il bacino di Elvis abbagliò l’America dagli schermi dell’Ed Sullivan Show nel 1956. Prima ancora che nella sostanza, il pop divenne nella forma identitaria la ‘musica dei giovani’. Il pop erano i giovani e i giovani erano il futuro, e il futuro aveva i contorni simbolici della geografia americana. “Nell’immaginario di tutti l’America era il grande paese della giovinezza. In America c’erano i teenager, altrove solo la gente qualsiasi” spiegò John Lennon nel 1966.

Numerose riflessioni, oggi, mettono in luce come il futuro stia perdendo rilevanza a fronte di una “ideologia del presente” in cui ci troviamo sempre più immersi. La si ricollega tra l’altro ai processi di globalizzazione; all’affermazione di una società in cui l’uso pervasivo e quotidiano della tecnologia ha ridefinito la stessa dimensione spaziale e temporale – si pensi alle stesse tecnologie della comunicazione – , appiattendo passato e futuro in un presente esteso e ossessivamente simultaneo. Non è un caso che a risultarne spiazzati siano anche quei generi letterari – come la fantascienza – cui in passato si delegava il compito di immaginare limiti e frontiere della scienza nella società del futuro. Per dirla con James Ballard, “il futuro sta cessando di esistere, divorato dall’onnivoro presente. Questo futuro noi l’abbiamo annesso al nostro presente, facendone una delle molteplici alternative a noi offerte (…)  viviamo in un mondo quasi infantile, nel quale può trovare istantanea soddisfazione ogni domanda, ogni possibilità, si tratti di stili di vita, di viaggi, o di ruoli e identità sessuali”.

Così, gli stessi processi sin qui descritti non sono estranei alla crescente evanescenza della nozione di condizione giovanile. Se media come la carta stampata, il cinema, il disco si prestavano idealmente alla segregazione dei pubblici – c’erano libri e riviste per adulti, per giovani e per bambini, c’erano film per ragazzi e altri vietati ai minori – la televisione prima e soprattutto i media digitali poi, fondono in modo caratteristico le soglie tra le diverse fasi di socializzazione. La ‘miniaturizzazione’ e la diminuzione di costo delle tecnologie, la ‘privatizzazione’ di forme di consumo mediale le svincolano dal contesto familiare e dal controllo degli adulti. L’unico apparecchio radio, l’unica televisione, il telefono in corridoio si moltiplicano e si spostano nelle camere e negli spazi individuali trasformando radicalmente il senso della propria fruizione.

Così, il rapporto con la tecnologia è divenuto, da fatto pubblico celebrato nelle grandi esposizioni universali tra fine Ottocento e primo Novecento, elemento di condivisione e simbolo di status familiare (si pensi ai primi televisori o frigoriferi) e infine fatto totalmente privato e individuale (si pensi alle trasformazioni del telefono dall’epoca del fisso a quella del mobile, o ai cambiamenti nel consumo di musica dall’era del juke box a quella dell’Ipod).

Questi e altri mutamenti di portata più profonda erodono la specificità di un’età giovanile. Da un lato, anticipando sempre più precocemente comportamenti tipici dell’età adulta, dall’altro esportandone i modelli in età adulta per non dire avanzata: la tendenza a differire l’uscita dalla famiglia d’origine in una sorta di prolungata fase giovanile, la mimesi giovanilistica, attraverso l’abbigliamento e la cura del corpo, ormai diffusa oltre la soglia dei cinquant’anni.

Uno sfrangiamento che è simmetrico rispetto a quello del futuro: nel momento in cui diviene generalizzata l’immersione in una perenne condizione giovanile in cui ogni desiderio è a portata di mano, ogni decisione reversibile come in un gioco virtuale, ogni assunzione di responsabilità (individuale o collettiva) differibile, la stessa nozione di età giovanile cessa di esistere in quanto tale come entità distinta e discreta. 

Commenti

un articolo difficilissimo da condividere che associa il diffodersi della tecnologia all'ormai fin troppo abusato concetto di individualismo. Si perdono di vista le nuove forme di coesione sociale che.le tecnologie.come internet forniscono. Vedi il successo dei social network per esempio

Grazie per il commento
Ma sinceramente non trovo nel mio articolo unenfasi sul rapporto
tra tecnologia e individualismo.
Ci che sostengo che anche (e non solo) in relazione al
diffondersi di alcune tecnologie, concetti importanti come quello di
futuro hanno perso rilevanza, e che fasi della vita un tempo
concettualizzate e immaginate come distinte (quali la giovinezza)
sfumano ormai le une nelle altre.
Che le tecnologie contemporanee si prestino sempre di pi a una
dimensione di uso privata e personalizzata (non necessariamente
individualista) mi pare un dato di fatto.
Che, come lei sostiene, i loro contenuti riflettano nuove forme di
coesione sociale, larticolo non lo mette in dubbio.

Grazie per il commento
Ma sinceramente non trovo nel mio articolo un'enfasi sul rapporto tra tecnologia e individualismo.
Ciò che sostengo è che anche (e non solo) in relazione al diffondersi di alcune tecnologie, concetti importanti come quello di futuro hanno perso rilevanza, e che fasi della vita un tempo concettualizzate e immaginate come distinte (quali la giovinezza) sfumano ormai le une nelle altre.
Che le tecnologie contemporanee si prestino sempre di più a una dimensione di uso 'privata' e 'personalizzata' (non necessariamente individualista) mi pare un dato di fatto.
Il fatto, come lei sostiene, che i loro contenuti riflettano nuove forme di coesione sociale, l'articolo non lo mette minimamente in dubbio.

La chiave di lettura che proponi, del declino del concetto di giovinezza come peana assoluto da cantare e' certamente interessante, e le conseguenze che ne trattegi sono innegabili. Sul venir meno del futuro come luogo di aspirazioni, di proiezioni emotive e aspettazioni invece non si puo' pero' trascurare un paio di fattori fondamentali, assenti decenni addietro, che oggi contribuiscono in maniera determinante a deprivare il futuro dell'aura dorata di cui era rivestito negli anni in cui la cultura pop colonizzava il vecchio continente (comunque gia' allora c'era chi cantava 'no future'..) Sto parlando in primo luogo delle preoccupazioni ecologiche, del degrado ambientale su scala planetaria; cio' chiaramente impedisce di guardare sereni e fiduciosi al futuro. In secondo luogo la crisi economica globale, o meglio la consapevolezza acquisita dell'impraticabilita' di un indefinito progresso materiale collettivo. Questi due aspetti sono ormai acquisiti dall'immaginario collettivo, ed oggettivamente spingono in maniera rilevante giovani o meno a gettarsi a capofitto nel presente assoluto. Ma se il futuro e' morto in noi, il presente non potra' che essere altro che vuoto come oggi lo vediamo.
Infine, innegabile vedere ll web come luogo in cui l'eta' sbiadisce indefinita, in un'assenza di gerarchie o ordinamenti 'anagrfici', e di concerto ammette ad ogni opinione, esibizionismo e pulsione; ed ancora il diluirsi di responsabilita', decisionalita' e di qualsivoglia 'pensiero forte' in una liceita' assoluta ed indistinta, in una livellante nichilismo democratico sono un dato di fatto.. ma penso sia arduo dire se sia piu' causa o piuttosto effetto di cio' che e' oggi la nostra societa'.
Complimenti per l'articolo.
Saluti

D'accordo quindi i media portano alla scomparsa della suddivisione delle età della vita. Una giovinezza perenne...non solo l'infanzia sta scomparendo in questi modelli ma anche l'età adulta. Rimangono forse fuori quelli che sono nati prima degli anni '40...consolante direi...

Grazie per questi commenti! Ieri al Festival della scienza di Roma (http://www.auditorium.com/eventi/4987386)
ho sviluppato il tema della nostra difficoltà di guardare al futuro e di immaginarlo, anche in prospettiva generazionale. Ci tornerò presto anche sul blog

Scrivi un commento