Quarant’anni fa, Fritjof Capra fece una “magnifica esperienza”. “In un pomeriggio di fine estate, seduto in riva all’oceano…all’improvviso ebbi la consapevolezza che tutto intorno a me prendeva parte a una gigantesca danza cosmica”. Quella esperienza divenne un libro dal successo imprevisto e travolgente da oltre un milione di copie, Il Tao della Fisica (1975), che esplorava per primo il rapporto tra la visione del mondo della fisica moderna e le tradizioni filosofiche e religiose dell’Estremo Oriente. Da allora, Capra ha continuato ad esplorare in modo non convenzionale i legami tra diversi saperi, i temi della complessità e dell’ecologia.
Come si è formato il suo pensiero e come nacque il Tao della Fisica?
Ho trascorso la mia infanzia in una fattoria in Carinzia, in mezzo alla natura. Solo trenta o quarant’anni dopo ho realizzato che il mio interesse per l’ecologia è legato a queste prime esperienze. Poi mi sono trasferito ad Innsbruck e a Vienna per studiare fisica. Già in quegli anni avevo sviluppato un interesse per la filosofia, anche grazie ai miei genitori. Mi colpì molto un libro del fisico Werner Heisenberg, Fisica e filosofia. Dopo il dottorato ho vissuto a Parigi per due anni, tra il ’67 e il ’68, nel pieno della rivolta studentesca. Fu in quegli anni che cominciai a interessarmi alle filosofie orientali, alla meditazione, al buddhismo Zen. Da Parigi mi spostai in California, dove entrai in contatto con la controcultura di fine anni Sessanta. Qui approfondii il mio interesse per la spiritualità e le filosofie orientali e mi resi conto che c’erano straordinarie analogie tra gli interrogativi che si poneva Heisenberg e gli interrogativi che i maestri Zen proponevano ai propri allievi. Scrissi il Tao della Fisica a Londra, qualche anno dopo, all’Imperial College.
Vede punti di contatto tra il clima della controcultura Californiana di quegli anni e il successivo sviluppo delle tecnologie dell’informazione? Alcuni dei protagonisti di quella rivoluzione si formarono proprio in quel contesto…
Sicuramente. Anche se il movimento che ha dato vita alla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione si è sviluppato nei decenni successivi, alcuni dei suoi protagonisti, come Jobs o Wozniak, avevano respirato l’atmosfera della controcultura e portarono l’irriverenza, il carattere ribelle di quel movimento nello sviluppo dei personal computers e delle tecnologie digitali. Questo spirito anticonvenzionale e creativo si continuava in parte a respirare anche agli esordi di imprese come Google e Yahoo…ricordo un seminario a San Francisco negli anni Novanta in cui mi colpì lo stile informale e il rapporto solidale tra questi ragazzi brillanti, molto simile a quello di un raduno hippy, a parte l’assenza di droghe…
Quale fu l’impatto del successo del Tao della Fisica sul suo percorso intellettuale?
Scrivendo il libro ‘sentivo’ di trovarmi al posto giusto al momento giusto, anche se tutti mi dicevano che un libro così sarebbe già stato un successo con diecimila copie…il successo del libro mi portò a ricevere numerosi inviti a tenere seminari e conferenze dove incontravo artisti, architetti, medici che mi dicevano: “sai, quello che scrivi della fisica sta avvenendo anche nella mia professione”. Fu allora che iniziai a pensare che se la fisica newtoniana era stata il modello di riferimento per le varie scienze, allora la nuova fisica poteva diventare il nuovo modello di riferimento per la medicina, per la psicologia, per le scienze sociali. Tuttavia, i temi che stavano diventando più interessanti per me, come la salute e l’ecologia, avevano tutti a che fare in un modo nell’altro con la vita…e la fisica non aveva molto da dire sulla vita…così, i venti anni successivi della mia attività sono definiti dalla ricerca di un quadro più ampio in cui comprendere questi temi. Questo mi ha portato già all’epoca a interessarmi alla teoria dei sistemi e alla cibernetica. Oggi finalmente disponiamo di strumenti matematici per trattare i sistemi non lineari e nel frattempo è emersa anche l’importanza delle reti in vari contesti, dalle scienze naturali alle scienze sociali. Una visione sistemica della vita, che era già il titolo di un capitolo de Il Punto di Svolta, è infatti il titolo del libro che sto scrivendo con il chimico Pier Luigi Luisi.
Come si collega tutto questo al suo interesse per la ‘scienza universale’ di Leonardo da Vinci?
La scienza di Leonardo è una scienza delle forme organiche, una scienza di qualità, completamente diversa dalla scienza meccanicistica di Galileo, di Cartesio e di Newton. Ad esempio, la sua ricerca sulla percezione parte come artista dalla prospettiva per studiare i raggi di luce e come essi creano il chiaroscuro. Poi Leonardo segue i raggi di luce all’interno dell’occhio e studia l’anatomia dell’occhio e del nervo ottico, fino al cervello, dove cerca i fondamenti dell’anima. Il suo programma di ricerca non conosceva barriere tra discipline né tra arte e scienza o tra mente e corpo. Il suo pensiero sistemico, la sua capacità di riconoscere l’interdipendenza di tutti i fenomeni naturali lo rendono straordinariamente rilevante per il nostro tempo.
Di che cosa parlerà a BergamoScienza?
Con il giurista Ugo Mattei esploreremo i significati del concetto di ‘legge’ nella scienza e nella giurisprudenza. Gli scienziati infatti parlano di ‘leggi’ riferendosi a stringenti regolarità naturali; gli esperti di diritto intendono invece per ‘leggi’ delle regole di condotta vincolanti. Ricostruendo la storia di questo concetto nei due ambiti, abbiamo scoperto numerosi paralleli e perfino significative interazioni nel loro sviluppo. Un ulteriore esempio dell’importanza di superare le barriere tra i diversi settori.
Foto di Karl Grossmann
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