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Quando la scienza ci entrò in casa. Intervista a Piero Angela, a trent’anni dalla prima puntata di Quark

Tutto cominciò subito dopo Dallas. Nella primavera del 1981, Rai Uno apriva la serata, senza troppa enfasi, con le prime gesta di J.R e Sue Ellen. Un breve stacco pubblicitario e alle 21.30, con altrettanta discrezione, entrò nelle case degli italiani una trasmissione che avrebbe segnato la storia della nostra televisione. Sulle note di una curiosa versione vocale dell’Aria sulla quarta corda di Bach, prendeva il via la prima puntata di Quark, uno dei programmi di divulgazione scientifica più longevi e di maggior successo su scala internazionale. A condurlo, un giornalista già familiare al pubblico ma destinato a divenire, oltre che il più celebre divulgatore scientifico italiano, una delle figure più note e apprezzate del panorama televisivo tout court. Trent’anni dopo, Piero Angela è più attivo che mai: punto di forza della prima serata di Rai Uno con Superquark – una puntata speciale celebrerà l’anniversario a fine anno –, un nuovo libro in preparazione, ricostruzioni multimediali di importanti siti archeologici.  

  596b79e37ac7353d35cffeec3df3Quando nacque Quark lei aveva già realizzato una lunga serie di documentari e programmi di divulgazione a partire dal 1968, tra cui quella sul Futuro nello spazio, dedicata al programma Apollo. Come arrivò ad occuparsi di questi temi?

Ho cominciato nel ’52 a lavorare per la Rai come cronista alla radio, poi ho fatto il corrispondente da Parigi e da Bruxelles. Nel ’68 sono arrivato a Roma a condurre il primo telegiornale fatto da giornalisti, ci alternavamo Andrea Barbato ed io. Come inviato seguii tutta la preparazione della missione sulla Luna, l’Apollo 7, 8, 9, 10 e 11. Quella grande impresa mi colpì molto, soprattutto per il modo in cui era organizzata la parte tecnologica, lo sforzo coordinato e colossale messo in campo dagli Stati Uniti. La NASA aveva tanti centri sparsi sul territorio, erano coinvolte tutte le grandi industrie, aerospaziale, chimica, computer: si calcola che circa 600.000 persone abbiano lavorato per mandare quei due sulla Luna. Ma ancor di più mi interessava la dimensione scientifica che si sviluppava attorno. Ad esempio, dall’esigenza di non portare batteri sulla Luna, di evitare contaminazioni, anche da parte degli astronauti dopo il ritorno, nacque un centro per studiare le condizioni per potenziali forme di vita su altri pianeti, e gli stessi processi che sulla Terra hanno portato all’origine e allo sviluppo della vita…

Quindi il programma Apollo fu una sorta di chiave di accesso alla scienza nel suo complesso…

Sì, perché io di scienza mi ero sempre interessato a livello personale. Nei dieci anni successivi ho fatto solo documentari di scienza. In quel periodo seguivo da vicino anche le tematiche del Club di Roma. Questo gruppo di ricercatori rovesciava per la prima volta la filosofia della crescita illimitata, che negli anni Sessanta era dominante. Dicevano: guardate che qui ci sono problemi di sovra-popolazione, problemi alimentari per le popolazioni povere, problemi di inquinamento, problemi climatici, di risorse, di esaurimento delle fonti di carburanti fossili… Tutti problemi per cui la gente allora alzava le spalle, e che oggi sono diventati le sfide cruciali per l’umanità. Il Club di Roma ne aveva previsto la maggior parte, dicendo però anche che la ricerca può rallentare o accelerare certi processi. Quella per me è stata una grandissima esperienza perché univa scienza, economia e politica.

In che modo questi temi di grande attualità tornano ancora oggi nel suo lavoro?

Ci sono sempre due filoni: da un lato, la scienza per capire il mondo, l’uomo, la materia, l’infinito…un aspetto di cultura, di filosofia in un certo senso. Dall’altro la tecnologia come chiave di accesso, per esempio, all’economia. L’economia e la crescita dipendono dalla tecnologia: senza tecnologia il terziario non si può sviluppare. Quando è nato mio padre, due terzi della popolazione lavorava nell’agricoltura – oggi in Italia è il 5%. Il passaggio a una società post-industriale permette di fare cose che senza la tecnologia erano impossibili, almeno in queste dimensioni: studiare, insegnare, fare il giornalista, lo scrittore, il filosofo, il ricercatore di base, il cantante rock. Una volta tutti andavano a zappare. Insomma, la mente umana è accesa dalla tecnologia. Se non puoi andare a scuola tutta la tua intelligenza potenziale rimane a terra. La tecnologia è economia, industria, politica, profitto ed anche inquinamento, ma devi conoscerla per poterla gestire. Per questo oggi occorrono non solo tecnici, ma anche una cultura in grado di capire il valore e la consistenza del ramo sul quale si è seduti. E’ questo il tema del mio nuovo libro.

Torniamo al 1981 e al debutto di Quark. Come venne l’idea di una rubrica dedicata alla scienza, e quale fu la reazione della dirigenza Rai?

Da solo riuscivo a fare solo pochi documentari all’anno. Invece, con la rubrica, con molti collaboratori, utilizzando servizi, personaggi in studio e i documentari della Bbc, era possibile trattare scienza e tecnologia in senso più ampio. Ma allora la tv era molto diversa. Anche se cominciavano ad emergere i canali privati, la Rai non aveva veri problemi di competizione, non c’era la corsa all’ascolto che poi è diventata determinante. La prima puntata fece nove milioni di spettatori, questi erano gli ascolti dell’epoca. Eravamo in seconda serata, Quark durava meno di un’ora. Mi pare che anche il varietà del sabato sera durasse circa un’ora. Poi è arrivata la filosofia dello ‘scalino’: per evitare che il pubblico cambi canale al termine di un programma, bisogna acchiapparlo in prima serata – che ora inizia alle 21.30 – e portarlo fino al telegiornale della notte. Nel ’94 abbiamo dovuto adeguarci a questa nuova logica dei palinsesti e fare un programma che durasse quasi due ore.

Nel periodo in cui è nato Quark c’era un contesto particolarmente favorevole anche dal punto di vista della sensibilità del pubblico?

Credo che l’interesse del pubblico per la scienza faccia parte non solo di una caratteristica culturale, ma anche genetica: ci sono persone più curiose e altre meno. Ci sono persone a cui interessa capire il corpo umano, il cervello, le molecole, lo sviluppo tecnologico…e altre invece più interessate alle emozioni, l’amore, l’avventura, magari al soprannaturale. La scienza ha un suo pubblico, con uno zoccolo duro che rimane nel tempo. Anche adesso che è estate e con una scelta di canali molto più ampia, circa quattro milioni di persone seguono Superquark…

Ma lei come spiega questo successo della scienza in tv, in un Paese che è spesso accusato di scarsa attenzione alla scienza e alla cultura scientifica?

Forse proprio perché l’Italia è un Paese in cui la scienza è poco apprezzata, le persone davvero interessate sono anche più motivate, hanno più voglia di saperne. L’interesse è poco diffusa ma più concentrato e si nota di più. Ma in generale, in Italia c’è una cultura di tipo più umanistico-letterario. Sulle pagine culturali dei giornali non scrivono scienziati, economisti, tantomeno ingegneri, scrivono solo letterati, scrittori, filosofi. Quando va bene la scienza ha una pagina, ma in cui non si parla di cultura scientifica; si trovano delle notizie, delle curiosità e cose che riguardano anche la medicina e la salute.

In questi trent’anni anni, dal suo punto di vista, c’è stato un cambiamento, una crescita della cultura scientifica del nostro Paese?

No. Io credo che malgrado tutti gli sforzi ci sia un punto debole in tutto questo, e sono gli scienziati. A parte alcune eccezioni, gli scienziati non parlano, non si fanno vivi, non protestano, non escono abbastanza allo scoperto. Qualunque categoria professionale ha delle lobbies, in senso buono, organizzazioni di pressione per far valere i propri diritti, le proprie priorità anche con manifestazioni, scioperi, marce…non si chiede certo agli scienziati di incendiare i cassonetti, ma di far sentire la loro voce, di spiegare queste cose anche al pubblico. Invece c’è un silenzio terribile, nella politica, nell’informazione, nella cultura…a scuola si insegnano le materie scientifiche, ma il senso di tutte queste cose, il valore culturale, sociale, politico, tecnologico, industriale… non lo dice nessuno. Credo che una parte del vuoto che si è creato intorno alla scienza sia in parte dovuto al silenzio di chi dovrebbe parlare.