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VIA LA POLITICA DALLA RICERCA: SI’, MA COME?

10ce702348357836d3c9dbda2102“Separazione assoluta tra politica e ricerca”: questa è la ricetta che Richard Horton, direttore della prestigiosa rivista scientifica in ambito medico Lancet, raccomanda all’Italia e al mondo in una interessante intervista con Giuseppe Remuzzi. Una ricetta che appare, a prima vista, indiscutibile: chi avrebbe il coraggio di chiedere, di questi tempi e soprattutto da queste parti, più politica nella ricerca, o in qualsiasi altro settore?

A una riflessione più approfondita, tuttavia, come e a quale livello separare politica e ricerca appare tutt’altro che scontato. Se si parla di decisioni nel merito dei progetti e dei contenuti di ricerca, è infatti  abbastanza condivisibile che queste debbano essere prese dagli stessi ricercatori, e che solo a loro spetti valutare il lavoro dei propri colleghi. Anche se sappiamo che non si tratta di meccanismi completamente immuni da distorsioni. Nel 1996 una commissione di esperti britannici bocciò la richiesta di finanziamento presentata dal chimico Harold Kroto. Due ore dopo, anche l’Accademia Reale delle Scienze di Svezia emise il proprio verdetto: premio Nobel a Robert Curl Jr., Richard Smalley e Harold Kroto, “per aver cambiato il nostro modo di pensare in fisica e chimica con la loro scoperta del Fullerene”. La commissione britannica dovette precipitosamente riconvocarsi e rovesciare la propria decisione, concedendo stavolta il finanziamento a Kroto.  

Se la decisione si sposta sulle priorità della ricerca, la questione diviene ancora più complessa. Come possono essere i soli ricercatori a decidere se è più importante finanziare la ricerca sulle nanotecnologie o quella sui mutamenti del clima, gli studi economici o le discipline storiche? Ogni ricercatore, infatti, tenderà comprensibilmente a considerare il proprio settore come il più importante e meritevole di investimenti rispetto agli altri. Immaginiamo una comunità fortemente esposta al rischio di terremoti, o alla minaccia di patologie come la malaria. Non avrebbero i cittadini di questa società il diritto - e i loro rappresentanti politici il dovere - di indirizzare almeno una parte delle risorse per la ricerca in direzioni potenzialmente rilevanti per affrontare questi problemi?

Si dirà: ma con questa logica ad essere penalizzata sarebbe soprattutto la ricerca di base, che richiede tempi e investimenti di lungo periodo e non offre benefici pratici immediati. Ebbene, non è da escludere che la politica possa avere un ruolo anche da questo punto di vista. Qualche anno fa, una ricerca mise in luce come una quota rilevante dei politici membri del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese avesse una formazione in campo scientifico-tecnologico. Un dato che ha senz’altro contribuito all’impulso che la Cina ha dato alla ricerca e all’istruzione superiore in questi anni, affermandosi come una delle potenze emergenti in campo scientifico.

Si prenda, infine, l’esempio della politica di ricerca europea. Negli ultimi anni, non solo le risorse destinate alla ricerca a livello europeo sono cresciute, ma sono intervenute alcune novità significative. La più importante è la nascita e l’affermazione dello European Research Council. Anche grazie a un significativo impegno sul piano politico da parte del mondo della ricerca, lo European Research Council oggi assegna circa 1,5 miliardi di euro a ricerche di frontiera giudicate solo sulla base della loro qualità e originalità, e non di complessi criteri redistributivi e formali che in passato tenevano una parte dei fondi di ricerca ostaggio delle lobbies più attive a livello europeo. Alcune proposte (politiche) prevedono che il budget dell’ERC sia triplicato nei prossimi anni.

 E’ questa la politica che vogliamo tenere fuori dalle decisioni sulla ricerca? O non è piuttosto, una certa immagine della politica - o addirittura dei politici – a cui siamo ormai assuefatti?

Forse dovremmo impegnarci a discutere e a lavorare per un rapporto tra politica e ricerca più trasparente ed efficiente, nel rispetto delle reciproche competenze e prerogative, più che limitarci a slogan ad effetto.

Commenti

Caro dottor Bucchi,

non ci siamo capiti, quello che ho discusso nell'intervista con Horton è che la politica non deve entrare nelle valutazioni di merito. Certo che deve dare indirizzi, ci mancherebbe altro. E' certamente la politica che deve decidere se è più importante finanziare nanotecnologia o clinica, ma una volta decisi gli indirizzi poi sono gli scienziati che stabiliscono della bontà dei progetti di ricerca.
Non si dimentichi che da noi sono i politici a nominare i Direttori degli Ospedali a seconda che appartengano a questo o a quel partito (o a quella corrente di un partito) e questi a loro volta nominano i primari con gli stessi criteri.
Sull'Università stendiamo un velo pietoso. Queste sono cose che succedono in Italia non in Inghilterra e non in Europa, per fortuna.
Insomma, con Horton abbiamo parlato di tutt'altro rispetto a quello che ha scritto lei (c'è sempre la possibilità che non siamo stati chiari, se fosse così me ne dispiace).

caro Professor Remuzzi, grazie per il suo commento che non trovo in contraddizione con quanto ho scritto. Io ho cercato di mostrare come il condivisibile pessimismo sul caso italiano non possa essere considerato rappresentativo di un rapporto generale tra scienza e politica che può dare, a certe condizioni, risultati positivi. Purtroppo, come dimostrano gli innumerevoli tentativi di riforma, le ricette e soluzioni di policy non sempre sono facilmente esportabili. E per quanto riguarda l'università e la ricerca (conosco troppo poco la sanità per valutare) temo che in certi casi la politica 'interna' abbia non meno responsabilità di quella 'esterna'.

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