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Campioni dell'innovazione (a parole!)

0b17cce3a93d5a84d194eb2a5e5cSe le statistiche internazionali su ricerca e innovazione tenessero conto del numero di manifestazioni e convegni organizzati su questi argomenti, non c’è dubbio: non saremmo secondi a nessuno. Festival, rassegne, convegni e workshop sull’innovazione proliferano ormai in ogni angolo della penisola. Peccato però che Ocse ed Eurostat si ostinino a guardare a bazzecole come brevetti, investimenti, diffusione delle tecnologie digitali. Indicatori che non ci vedono esattamente all’avanguardia sul piano internazionale: terzultimi e penultimi in Europa per disponibilità di computer e accesso a banda larga nelle famiglie (39% contro una media europea del 56% e punte dell’80% nei Paesi scandinavi), storicamente deboli negli investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle aziende (0,7% del PIL, contro una media UE dell’1,2% e Paesi che sfiorano il 3%). Siamo nel complesso al 19esimo posto in Europa per tasso di innovazione, dietro anche a Irlanda e Portogallo (dati OCSE e Commissione Europea, Annuario Scienza e Società 2012).

Come si spiega dunque la diffusione di tante manifestazioni ed iniziative? Dal punto di vista del pubblico che vi partecipa, occorre richiamare un paradosso tutto italiano. Assai poco assidui nella lettura di libri e nella visita a musei e mostre scientifiche rispetto ad altri cittadini europei, gli italiani rispondono spesso con grande entusiasmo a festival ed incontri pubblici e in generale a tutte quelle occasioni che consentono di attingere senza mediazioni alla testimonianza personale di ricercatori ed innovatori.

Più semplici da comprendere, forse, le dinamiche che portano istituzioni ed aziende a sostenere queste iniziative. Associare il proprio marchio e nome a una manifestazione pubblica di questo tipo garantisce visibilità e prestigio nel breve periodo; investire ad esempio le stesse risorse in borse di studio per giovani studiosi o tecnologi porta un ritorno nel medio e lungo periodo, e che oltretutto si distribuirà con ogni probabilità sul sistema, anziché beneficiare lo specifico investitore.

Resta da chiedersi se effettivamente tanto parlare e discutere di innovazione possa avere un impatto significativo in termini di maturazione della ‘coscienza collettiva’ -  la motivazione più frequentemente addotta per giustificare queste manifestazioni. I più recenti dati dell’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società analizzano le aspettative degli italiani verso settori emergenti od innovativi come le tecnologie dell’informazione o le nanotecnologie. A sostenere ottimismo e fiducia verso questi settori non è tanto la loro conoscenza – complessivamente modesta – ma l’ ‘apertura al nuovo’ che caratterizza in misura diversa diversi settori del pubblico. I più aperti al nuovo non sono i più informati in tema di scienza e tecnologia, ma soprattutto i più giovani e i più istruiti. E se appare ragionevole che le nuove generazioni siano proiettate con maggiore slancio verso il nuovo e il futuro, i più istruiti sono più aperti e ottimisti non tanto perché più competenti sull’argomento specifico quanto per il fatto di sentirsi personalmente più preparati a sfruttare le opportunità offerte da questi nuovi settori, e a gestirne e affrontarne anche eventuali conseguenze inattese o potenziali aspetti critici.

Questi dati evidenziano una volta di più l’importanza dell’istruzione rispetto a iniziative di comunicazione specifiche. Un solido percorso educativo si conferma l’elemento più importante per sviluppare una ‘cultura dell’innovazione’ che permetta di valutarne i diversi sviluppi in modo aperto, critico e d equilibrato. Quella cultura dell’innovazione che si conferma tutt’altro che consolidata e diffusa, nel nostro Paese, risultando perlopiù concentrata in alcuni settori del pubblico.  

Ben vengano dunque incontri e manifestazioni sull’innovazione, dunque. Purché contribuiscano a una crescita culturale di lungo periodo che non può che fare perno su percorsi educativi ed investimenti reali. Altrimenti resterà solo una spiegazione ‘psicoanalitica’ per tante parole sull’innovazione, a fronte di così pochi fatti: che si tratti di mera rielaborazione di un problema ormai rimosso nella pratica.   

“Apertura al nuovo” tra gli italiani, per genere, età e livello di istruzione (%, n=995).

 Fonte: Observa Science in Society, www.observa.it

Rilevazione CATI su un campione di 995 casi, stratificato per genere, età e ripartizione geografica, rappresentativo della popolazione italiana con età uguale o superiore ai 15 anni.

 

Apertnuovo

 

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