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La retorica (e le ragioni) della crisi

Un_maccheroni

Ormai non si sa se sia più grave la crisi o la dilagante retorica
sull’importanza di uscirne. Un episodio che dà la misura del grado di
ossessione collettiva è capitato qualche giorno fa. Un connazionale ventenne,
evidentemente brillante programmatore, si è infatti aggiudicato un ricco premio
(centomila dollari) messo in palio da un’ importante multinazionale realizzando
un’ applicazione per scaricare video da Youtube. La notizia ha scatenato grandi
entusiasmi – il programma Raitre Ballarò
gli ha dedicato addirittura la copertina – e ha dato il via alla retorica
populista del rilancio e del giovanilismo, della new economy e delle start up
che ci salveranno, di “questo strano paese” (un’altra espressione che andrebbe
abolita). Peccato che poi qualcuno si sia accorto – e forse non ci voleva tanto
– che la suddetta applicazione è illegale. Ripeto: illegale, giacché violerebbe
i principi più elementari del diritto d’autore, oltre che il regolamento con
cui Youtube si protegge da potenziali problemi della stessa natura.

La prima considerazione da fare è sul paradossale
conformismo che segna gran parte dei discorsi e delle strategie per
l’innovazione e il rilancio. Chi fa parte di giurie e comitati per i sempre più
numerosi premi e bandi sull’innovazione ormai lo sa: il massimo
dell’aspirazione (e della fantasia) delle valanghe di sedicenti innovatori è
lanciare la nuova app, come si dice
tra intenditori.

Seconda considerazione: quali sono i modelli e i valori
imprenditoriali di questi innovatori?  Ovvio,
il sogno di tutti quanti costoro è inventare la nuova Google, la nuova Youtube,
la nuova Facebook.

Ma come diceva Renzo Arbore a proposito della Rai, “non è
la BBC”; tradotto, qui non siamo nella Silicon Valley. E non solo perché ci
manca quel mix di effervescenza imprenditoriale, finanza spavalda e potenza di
fuoco scientifica-tecnologica, ma perché abbiamo una tradizione sociale,
culturale e giuridica ben distante da quella d’oltreoceano, dove in nome della
libertà e del successo di un’impresa si è più che disposti a chiudere un occhio
su bazzecole quali diritto d’autore e tutela della privacy, nonché a tollerare non trascurabili zone grigie sul piano dell’imposizione fiscale. Senza le quali, suvvia,
ammettiamolo, i giganti dell’economia digitale non sarebbero diventati così in
fretta quello che sono – il che non toglie nulla, naturalmente, alle
formidabili intuizioni dei loro fondatori.

E’ davvero questa l’innovazione e il rilancio che
vogliamo? O tutto questo blaterare di app,
venture capital
, start-up, spin off (quasi
sempre per altro finanziate con denaro pubblico, alla faccia della Silicon
Valley!) rischia di assomigliare grottescamente all’americano de Roma di Alberto
Sordi, che mescolava avidamente toast, mostarda e latte per poi concludere
“ammazza che zozzeria” e rifilare tutto al gatto?

Una possibile, forse spiacevole, conclusione è che noi
non siamo in crisi per mancanza di modelli o di idee di business, ma per mancanza
di modelli e di valori imprenditoriali e – in senso lato – sociali e culturali.
Siamo in crisi perché abbiamo dimenticato chi siamo; perché non sappiamo più
quale innovazione vogliamo fare, e quale società vogliamo essere.