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QUEL FASCINO INDISCRETO DI PARADIGMI E RIVOLUZIONI – A cinquant’anni dalla Struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn

Kuhngooglebooks2La scintilla di uno dei saggi più
discussi dell’ultimo secolo scocca in un dormitorio di Harvard, nel 1947. I
singoli ingredienti sembrano a prima vista banali: un dottorando in fisica, una
matita, e un libro – la Fisica di
Aristotele. Il giovane studioso è ai limiti dello sconforto. Ha accettato l’incarico
di offrire una breve panoramica delle scienze agli studenti di discipline
umanistiche, e gli era sembrata una buona idea ripercorrere con loro le radici
della meccanica newtoniana partendo proprio da Aristotele. Dopo alcuni giorni
chino sul testo aristotelico, però, l’idea non gli pare più così buona. “Mi
pareva non solo che Aristotele fosse stato ignorante di meccanica, ma anche un
pessimo studioso di fisica…i suoi scritti mi sembravano pieni di errori
madornali sia di logica sia di osservazione empirica”. Il suo sguardo corre
fuori dalla finestra, alle piante rampicanti che proiettano la propria ombra
sulla strada. “D’improvviso, nella mia testa i frammenti si ordinarono in modo
nuovo e di colpo si ricomposero insieme. Rimasi a bocca aperta, perché di colpo
Aristotele mi parve un fisico eccellente, ma di un genere al quale non mi sarei
neppure sognato di pensare”. Aristotele non era semplicemente un “Newton
scadente”: le sue idee andavano comprese in una tradizione completamente
diversa.  Il giovane fisico Thomas Kuhn (1922-1996)
aveva sperimentato in prima persona quel tipo di esperienza che caratterizza il
mutamento rivoluzionario delle idee scientifiche, quel mutamento che non può
essere sperimentato “a pezzetti, un passo alla volta”, ma assomiglia a una
ristrutturazione della percezione: “quelle che nel mondo dello scienziato prima della
rivoluzione erano anatre, appaiono dopo come conigli”.

Quell’intuizione
originaria resta in incubazione per oltre un decennio, finché “l’ultimo pezzo
del mio rompicapo fu sistemato al posto giusto”. Alla fine degli anni
Cinquanta, Kuhn trascorre un anno in un centro di studi avanzati, lavorando a
stretto contatto con scienziati sociali. Lo colpì il tempo che questi ultimi
dedicavano a discutere e dissentire su principi fondamentali e metodi, rispetto
agli scienziati naturali che Kuhn era abituato a frequentare. “Mentre cercavo
di scoprire la fonte di questa differenza, fui portato a riconoscere il ruolo
che, nella ricerca scientifica, svolgono quelli che da allora ho chiamato i paradigmi.”

La struttura delle rivoluzioni scientifiche viene pubblicato nel 1962.
Le reazioni, soprattutto dal mondo scientifico, sono inizialmente assai
tiepide. “Molto rumore per nulla” lo liquida una recensione su Scientific American. Le vendite inizialmente
languono: meno di mille copie nei primi due anni. Ma col tempo l’influenza del
libro è enorme e si espande in ogni campo. Le statistiche di Google Books
rivelano che il termine paradigma, pressoché assente dalle pubblicazioni fino
agli anni Sessanta, ha enormemente accresciuto la propria diffusione, arrivando
ad essere citato in oltre 200.000 volumi alla fine degli anni Duemila. “Cambio
di paradigma” è diventata espressione comune e parola d’ordine di uomini d’affari,
esponenti politici e perfino allenatori sportivi. In questi cinquant’anni si
calcola che il libro di Kuhn abbia venduto nel mondo quasi un milione e mezzo
di copie, diventando uno dei testi accademici più citati di sempre. Un esito forse
sconcertante per lo stesso autore, “rivoluzionario riluttante” – così lo definì
una delle ultime interviste concesse.

Cinquant’anni
dopo, si discute ancora su quanto le idee di Kuhn possano illuminarci sullo
sviluppo della scienza contemporanea. Ad esempio, se vi saranno ancora
rivoluzioni sul modello di quelle che avevano ispirato lo studioso americano, o
se invece lo scenario dominante sarà di “scienza normale”, quella che elabora e
rifinisce il paradigma corrente.

Quello che è
certo è che lo sviluppo della sua teoria ci offre una straordinaria lezione
sull’importanza di fare incontrare i diversi saperi al di là degli steccati
disciplinari: senza quella richiesta di insegnare un po’ di fisica agli
umanisti, e senza il cortocircuito con quegli scienziati sociali tanto
litigiosi, forse Kuhn non sarebbe mai arrivato a mettere insieme tutti i pezzi
del suo rompicapo tra rivoluzioni e paradigmi.