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Di che cosa parliamo quando parliamo di Expo?

L0023919 Steel engraving: Crystal Palace, 1851 exhibitionLa prima Expo, la “Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations”, si tenne a Londra nel 1851. Nacque per mettere in mostra il galoppante progresso tecnologico e industriale, “il trionfo dell’uomo sulla natura” e soprattutto la grandezza dell’Impero Britannico. Vi furono esposti trofei e meraviglie provenienti dalle colonie, tra cui il mitico diamante Koh-i-Noor, e le più recenti innovazioni tecniche – macchine tessili, strumenti scientifici e perfino i primi cibi in scatola, all’epoca considerati un cibo di lusso. Fu un grande successo: oltre 6 milioni di visitatori (un terzo della popolazione britannica dell’epoca) e incassi che furono usati per istituire musei ancora oggi tra i più importanti a livello internazionale come il Victoria & Albert Museum e il Natural History Museum. Non mancarono le polemiche: i conservatori temevano che la massa di visitatori fosse fonte di disordini; Marx la liquidò come “emblema del feticismo capitalista”.
È ancora attuale un simile modello un secolo e mezzo dopo? In un’epoca in cui il turismo globale di massa e la comunicazione digitale rendono accessibili informazioni e contenuti da ogni parte del mondo? In cui la fascinazione per la tecnologia e l’epica del progresso hanno lasciato il posto a un diffuso disincanto, soprattutto in Occidente, e preoccupazione per le implicazioni e conseguenze dello sviluppo?
Nessuna di queste domande è stata messa al centro del discorso sull’Expo del 2015; nessuno di questi temi è stato evocato per giustificare un’iniziativa così impegnativa e complessa. Si è parlato perlopiù di benefici economici, occupazionali e infrastrutturali. Ma se lo scopo è solo quello, brutalmente keynesiano, di dare lavoro e incentivare l’edilizia, viene da chiedersi: perché non impiegare le stesse risorse, ad esempio, per mettere a norma le moltissime scuole italiane a rischio sismico?
E se invece il modello Expo ha ancora un senso, seppur diverso, nel mondo e nell’Italia di oggi, perché non discuterlo apertamente, perché non dedicare un po’ di spazio e risorse ai contenuti – al software insomma, anziché solo all’hardware? Una certa logica e retorica dei grandi eventi fini a se stessi o come mera fonte di sviluppo materiale mostra ormai pericolosamente la corda, soprattutto in certi contesti – lo si è visto con le Olimpiadi di Atene del 2004 e il loro pesantissimo impatto sulla crisi greca, e si rischia di vederlo tra poco in Brasile. Non si può chiedere ai cittadini di sostenere i costi e i disagi di simili iniziative senza alimentare una forte condivisione del loro significato e importanza.
Considerare l’Expo prevalentemente come un “affare”, anziché come una grande iniziativa culturale degna della sua tradizione; rinunciare a discuterne il senso contemporaneo in modo aperto e critico ha senz’altro contribuito a confinarla, almeno in parte, in quelle zone grigie e opache di cui ci raccontano tristemente le cronache di questi giorni.