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LA RICERCA ITALIANA, I SOLDI EUROPEI E “IL COMPLESSO DELLA SIGNORA THATCHER”

“I11138597_975231009177136_1224320733371838370_n want my money back!”. Così strillava all’Europa la sig.ra Thatcher, e così secondo alcuni dovremmo fare noi oggi. Lo squilibrio tra il contributo economico dell’Italia alla ricerca europea e la nostra capacità di ottenere fondi di ricerca comunitaria ci penalizzerebbe infatti al punto da “pagare la ricerca degli altri”.

Questo punto di vista, facendo già oggi un bilancio dei finanziamenti del nuovo programma Horizon (2014-2020), trascura la possibilità che nei prossimi bandi il tasso di successo dei progetti italiani cresca. Ma soprattutto rischia di farci perdere di vista alcuni punti fondamentali, e perfino più gravi.

Primo. L’Italia, a differenza di altri Paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Paesi scandinavi, eccetera) ha rinunciato ormai da anni ad avere una politica nazionale di finanziamento alla ricerca. I fondi disponibili su base competitiva sono ormai ridotti al minimo e la loro stessa assegnazione risulta, per usare un eufemismo, piuttosto farraginosa. Il programma ministeriale SIR dedicato ai giovani ricercatori, dopo oltre un anno, non ha ancora terminato la selezione dei progetti. Il nuovo Piano Nazionale della Ricerca, più volte annunciato, è in ritardo di oltre un anno. Più emblematica ancora la trovata escogitata qualche anno fa per uno degli ultimi bandi per progetti di interesse nazionale: limitare il numero dei progetti presentabili da ciascun ateneo. Un limite mai visto in nessun bando di ricerca nazionale e internazionale. Facendo un paragone calcistico, è come se il c.t. Conte fosse obbligato a convocare in maglia azzurra un solo giocatore per squadra, e pazienza se in qualche squadra ce n’è più di uno meritevole, e in altre nessuno. Un modo per dire: nessuna vera scelta o priorità, semmai qualche spicciolo a pioggia.

Secondo. La rinuncia ad una propria politica di investimenti sarebbe, di per sé, meno grave se fosse accompagnata da una capacità di incidere sulla distribuzione dei finanziamenti europei. Se i nostri soldi sono lì, che almeno siano spesi anche tenendo conto delle aspettative e dei bisogni dei nostri ricercatori, delle nostre imprese, dei cittadini. Purtroppo mai o quasi mai le suddette categorie sono state consultate (e spesso nemmeno informate) su come e perché tra Bruxelles e Strasburgo si sia deciso di distribuire i circa 80 miliardi di euro di Horizon (più ‘ricco’ di quasi 30 miliardi rispetto al programma precedente). Il futuro della ricerca europea (e quindi italiana) sta tutto qui: in una tabellina che individua i settori più promettenti e meritevoli di investimenti, quelli che dovrebbero portarci i risultati più significativi in termini di conoscenza, sviluppo, benessere.

In estrema sintesi, quasi un terzo della torta va alla cosiddetta ‘eccellenza scientifica’ (European Research Council, mobilità europea dei ricercatori, infrastrutture di ricerca, tecnologie emergenti); circa 17 miliardi alla ‘leadership industriale’ (tecnologie della comunicazione e dell’informazione, biotecnologie e tecnologie spaziali); la fetta più consistente, circa 30 miliardi, alle ‘sfide sociali’ (cibo, clima, salute, energia), con una quota riservata allo European Institute of Innovation and Technology.

Tanto per dare un esempio concreto di quanto sia importante entrare nel merito di queste scelte. Gran parte delle risorse per le tecnologie emergenti vanno di fatto a due soli ‘progetti bandiera’: uno sul grafene e il tanto discusso “CERN del cervello”, lo Human Brain Project. Quest’ultimo, che da solo assorbe circa 400 milioni di euro, è sempre più criticato dagli scienziati del settore sia per le modalità di gestione, sia per la decisione di puntare così tante risorse in un’unica direzione: se nei prossimi anni vi viene una buona idea di ricerca sulle neuroscienze ma siete fuori da questo consorzio, è probabile che dobbiate tenervela a lungo nel cassetto.

Bene: avete mai sentito un ministro della ricerca o qualcun altro dei nostri rappresentanti politici o istituzionali illustrare queste decisioni e questa tabellina e spiegarci perché queste, e non altre, sono le priorità della ricerca europea (e quindi italiana)? Nelle migliaia di incontri e tavole rotonde organizzate ogni anno nei vari Festival della Scienza, qualcuno dei nostri scienziati più visibili e autorevoli ha mai detto se questa ripartizione riflette le priorità della comunità scientifica nazionale e internazionale per i prossimi anni? E come Paese che non ha più una politica di ricerca nazionale, pensiamo che risponda ai nostri bisogni e punti di forza, o l’ accettiamo perché non abbiamo la capacità e la voglia di discuterne con Paesi più attivi e organizzati?

È su questo che dobbiamo far sentire la nostra voce, ed è su questo che dobbiamo chiarirci le idee, se davvero “vogliamo avere indietro i nostri soldi” per noi e per i nostri ricercatori.