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La scienza corre, la politica perde colpi. La “legge di Venter” e i dilemmi della manipolazione del genoma umano dopo l’esperimento cinese

L0020443 Anglo-American research on the human genome represented by UQualche giorno fa, a seguito della diffusione dei risultati di esperimenti condotti su embrioni nelle primissime fasi di sviluppo con la tecnica CRISPR-Cas9 e degli appelli sottoscritti da numerosi esponenti della comunità scientifica per riflettere sul “potenziale senza paragoni” delle nuove tecniche e “sui rischi sconosciuti per la salute”, la rivista Nature Biotechnology ha consultato alcuni dei maggiori esperti del settore: ricercatori, bioeticisti, imprenditori.

La risposta di molti di loro, tra cui lo scienziato e imprenditore Craig Venter, è lapidaria e chiarissima: “The question is when, not if”. La domanda non è se, ma quando. “Penso che la manipolazione di linee germinali umane sia inevitabile, e non ci sarà in pratica nessun modo efficace di regolare o controllare l’uso di tecnologie di editing genetico nella riproduzione umana. La nostra specie non si fermerà davanti a niente per eliminare il rischio di malattie o di tratti percepiti come negativi nella propria discendenza”.

La vicenda e la discussione che ne è seguita possono aiutarci a riflettere sui cambiamenti intervenuti e la divergenza ormai incolmabile tra scienza e politica, così come tradizionalmente intese.

Molto sinteticamente, lo sviluppo e l’affermazione della scienza moderna ci aveva abituati all’idea di una scienza indipendente e orientata a fini conoscitivi. Una scienza talvolta vicina nella pratica, ma separata dalla tecnologia dal punto di vista istituzionale e concettuale. Il divario tra le nuove conoscenze e la loro applicazione creava uno spazio e un ruolo per la politica: valutare le implicazioni e regolamentarle.

Il Ventesimo Secolo, soprattutto dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, ci ha fatto scoprire come la politica potesse orientare la scienza verso aspettative pratiche (militari come nel Progetto Manhattan che portò alle prime armi atomiche o comunque legate alla competizione tra grandi potenze, come nell’esplorazione spaziale). Ma la trasformazione di scienza in tecnologia restava saldamente sotto il controllo e la regolazione della politica: solo pochi stati potevano permettersi gli investimenti necessari per grandi progetti.

Negli ultimi decenni la scienza è stata sempre più visibilmente incorporata in istituzioni e organizzazioni orientate alla produzione di ricchezza e benessere. La distanza tra scoperta e applicazione, soprattutto in certi settori, si è ridotta fino ad annullarsi. Provare a fare e provare a capire sono due facce della stessa medaglia. L’influenza della scienza, il suo innegabile successo come forza modernizzatrice della società contemporanea, è sempre più fondata sulle sue ricadute pratiche, più che su un’effettiva comprensione e apprezzamento sul piano culturale. Qualcuno la chiama tecnoscienza. Steven Shapin, storico della scienza a Harvard, la riassume così: “il tecnologo fornisce quello che la società vuole; lo scienziato offriva quello che la società non sapeva di volere”.

La politica intesa in senso tradizionale non ha ormai un rilevante spazio regolativo in un contesto di ricerca sempre più miniaturizzata e globalizzata. In certi settori non servono più grandi investimenti pubblici: tecniche come la CRISPR-Cas9 sono alla portata di qualunque laboratorio – “democratica, economica e facile, anche uno studente universitario può usarla” la definisce la co-inventrice Emmanuelle Charpentier. L’orizzonte geografico si è ugualmente polverizzato uscendo dai confini delle tradizionali grandi potenze per tagliare trasversalmente stati e regimi regolativi.

Sarebbe facile a questo punto enunciare la “legge di Venter”: Se qualcosa può essere fatto, qualcuno prima o poi lo farà. O se preferite, temperarla con un corollario che fa tesoro della drammatica esperienza delle armi nucleari: Se qualcosa può essere fatto, qualcuno lo farà almeno una volta.

Di sicuro, finché la politica continuerà a ragionare in termini di limiti e divieti, come una sorta di gendarme che insegue con passo affannoso i continui progressi della tecnoscienza per tamponarne gli effetti indesiderati o bacchettare lo scienziato birichino, non usciremo dai dilemmi che quotidianamente ci investono e più in generale da un dialogo impossibile in cui la politica si chiede “perché?” mentre la tecnoscienza si chiede “perché no?”

È arrivato il momento di abbandonare i (falsamente) rassicuranti stereotipi del passato e interrogarci sulle aspettative e le pressioni che come società abbiamo riversato sull’impresa scientifica; su nuove forme e nozioni di indipendenza che evitino, in primo luogo, alla scienza di essere vittima del suo stesso successo.

Altrimenti rassegniamoci ad attendere con Craig Venter: the question is when, not if.