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Tutta colpa di Harry Potter? Perché i nostri studenti vanno male in scienze

D’accordo, come tutti i
risultati di test, quelli di PISA – lo studio dell’OCSE che misura le competenze
degli studenti di 57 Paesi, e vede l’Italia al trentaseiesimo posto – non
andranno presi alla lettera. Ma sovrapponeteli a una mappa degli investimenti
in ricerca e sviluppo, e con qualche significativa eccezione (gli Stati Uniti
su tutti) avrete una coincidenza quasi perfetta. Investimenti in ricerca e
preparazione degli studenti vanno nella stessa direzione: al primo posto della
graduatoria PISA c’è la Finlandia (3,5% del PIL investito in ricerca e
sviluppo); tra i primi il Giappone (3,1%). Perché non si può fare ricerca senza
le competenze, e le competenze non si rinnovano senza una ricerca e
un’innovazione solida. Il dato sull’Italia non dovrebbe, purtroppo, stupire; è
in linea con altri indicatori che ci vedono, per l’appunto, poco dietro la
Spagna, e poco davanti a Portogallo e Grecia.

Che cosa si può dire,
dunque, che vada oltre la mera constatazione dello stato della nostra
istruzione, le dichiarazioni ormai prevedibili dei politici, l’individuazione
di responsabili più o meno plausibili (per autorevoli e impertinenti commentatori la colpa è,
nientemeno, di Harry Potter) e che possa contribuire ad individuare, magari non
delle soluzioni, ma uno o più percorsi costruttivi di riflessione e intervento?

Primo. Senza dubbio
occorre intervenire sulla qualità dell’istruzione, non solo scientifica (i dati
negli altri test, come ad esempio la lettura, non sono migliori). Partendo
tuttavia da un dato di fatto: gli studenti – e le scuole italiane – non sono tutti
uguali. Ci sono mediamente circa 100 punti di distacco tra licei e istituti
tecnici e professionali. Le differenze regionali sono estremamente marcate: le
scuole del Nord-Est registrano risultati sopra la media internazionale, quelle
del Sud molto al di sotto.

Secondo. Non è solo un
problema di risorse finanziarie. Un dato poco pubblicizzato dell’OCSE confronta
l’andamento globale della spesa in istruzione con i risultati degli studenti:
la prima è cresciuta del 39% in termini reali a partire dal 2000, i secondi
sono rimasti, sempre su scala globale, sostanzialmente stabili.

Terzo. Se l’Italia ne
esce male, l’Europa non ne esce in modo particolarmente brillante, con una
media UE più bassa di quella generale. A parte la punta d’eccellenza della
Finlandia, solo l’Estonia riesce a entrare nel gruppo di punta (insieme a Hong
Kong, Canada e Taipei) mentre altri peggiorano la propria performance rispetto
al 2003. E se la giustificazione di performance modeste in Italia è spesso
quella della carenza di risorse per l’educazione e la divulgazione scientifica,
la Commissione Europea ha speso tra il 2002 e il 2006, nel solo Programma
Quadro, quasi 30 milioni di euro in attività di educazione e divulgazione
scientifica: feste e festival della scienza, notti dei ricercatori, quiz
scientifici a premi trasmessi via webcast, perfino gare sportive tra robot,
finanziate nell’intento di avvicinare i giovani alla scienza e la tecnologia
(!). Iniziative singolarmente lodevoli, naturalmente, ma insomma: la scienza
dappertutto, fuorché dove davvero ce ne sarebbe bisogno, ovvero a scuola.

Quarto: se la scuola deve
fare la sua parte, altri soggetti e istituzioni possono senza dubbio dare un
contributo. Un esempio europeo. La Royal Society, la storica accademia delle
scienze britannica, mette a disposizione in modo chiaro e accessibile sul suo
sito web una serie di strumenti concreti rivolti agli insegnanti di scienze:
videoconferenze e materiali da guardare e commentare con gli studenti, piccoli
contributi finanziari per organizzare attività ed esperimenti in collaborazione
con scienziati, rapporti di ricerca sull’insegnamento delle scienze. Poca
burocrazia, un impegno chiaro a monitorare i risultati e un segnale che per gli
insegnanti vale spesso più di tante linee guida: siamo una delle più
prestigiose accademie della scienza, ma vi teniamo in considerazione.