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Scienza e società tra luci e ombre, tra Italia ed Europa


CopertinaAnnuarioScienzaeSocietà2009
Qualche luce, molte ombre, ma soprattutto numerosi spunti su cui riflettere per
immaginare possibili strategie per il futuro. E’ questo in sintesi il
quadro che emerge dal nuovo Annuario Scienza e Società pubblicato in questi giorni da Il Mulino.

Innanzitutto
il problema delle risorse umane, da cui nessun possibile sviluppo o
rilancio della ricerca e del suo ruolo sociale può prescindere. E’
noto, ormai, il dato quantitativo che ci vede piuttosto deboli, in
termini di numero di ricercatori: poco più di tre ogni mille occupati.
Se è arduo confrontarsi con il vertice della graduatoria (la Finlandia
che ne ha quasi 17), non si può fare a meno di notare che la media UE e
il dato della stessa Spagna sono quasi il doppio del nostro.

Meno
noto, forse, è che questo divario sia particolarmente profondo nel
settore privato. Nel mondo dell’impresa lavorano in Italia circa tre
scienziati su dieci; in Svezia e Giappone i ricercatori del settore
privato sono quasi il 70%, e poco meno anche nella più vicina Austria.

Un
altro dato che caratterizza in negativo le nostre risorse umane è il
loro livello di retribuzione. Qui siamo davvero agli ultimi posti: meno
dei nostri ricercatori (in rapporto al costo della vita) guadagnano
solo quelli di Islanda, Portogallo e Grecia. Siamo anche uno dei Paesi
con il personale di ricerca più vecchio: in Irlanda il 70% ha meno di
44 anni, contro il 57% da noi; se guardiamo alla sola università, un
quarto del personale docente italiano ha più di sessant’anni (solo in
cinque Paesi dell’est europeo il personale di ricerca è più vecchio del
nostro).

C’è, in sostanza, un grave problema di reclutamento e
rinnovamento delle risorse impegnate in campo scientifico-tecnologico,
aggravato da un sistema produttivo poco propenso a investire in questa
direzione. Un modello positivo a cui molti guardano ultimamente è
quello della Øresund Science Region tra Svezia e Danimarca, premiata
nel 2008 come regione più innovativa d’Europa. La forte integrazione
tra pubblico e privato, tra università e aziende danno oggi vita a un
consorzio di dodici università impegnate a coordinare e integrare i
propri sforzi per elevare la qualità della propria offerta e la
capacità di attrarre i talenti migliori, sei parchi
scientifico-tecnologici, oltre duemila aziende e cinque piattaforme di
attività nei settori dell’IT e telecomunicazioni, logistica,
alimentazione, studi sull’ambiente, medicina e biotecnologie.
Multinazionali quali Sony Ericsson, Astra Zeneca, Tetra Pak, Novo
Nordisk (ma anche numerose piccole e medie imprese ad elevato tasso di
innovazione) hanno trovato nell’ Øresund un habitat ideale.

Un
altro tema critico è quello delle differenze regionali. Chi cita i dati
OCSE-Pisa sulle competenze in matematica o scienze dei nostri studenti,
ad esempio, dovrebbe sempre avere cura di aggiungere che la media
nazionale maschera una situazione estremamente disomogenea. In sintesi:
abbiamo studenti con competenze vicine alla crema dell’Europa e
dell’OCSE (come Friuli, Trentino-Alto Adige, Veneto) e purtroppo
studenti con competenze tra le più basse del mondo (come in Puglia,
Campania e Sicilia). Un divario visibile anche ad altri livelli: circa
la metà del personale impiegato in ricerca e sviluppo in Italia è
concentrato in tre regioni (Lombardia, Lazio e Piemonte). Le
peculiarità italiane, da questo punto di vista, rendono problematico
individuare esempi di riferimento. E’ indubbio tuttavia, che si
potrebbe fare di più per innescare processi virtuosi di trasferimento
di buone pratiche, anche a livello internazionale. Tanto più che temi
come quello delle risorse umane – ma più in generale, il settore delle
politiche della ricerca e dell’innovazione – sembrano essere ormai
destinati ad essere declinati in chiave europea, più che nazionale. Ed
è qui che forse andrebbe concentrato un maggiore impegno da parte delle
istituzioni. A fronte di alcune aree di indubbia eccellenza (è il caso
ad esempio della fisica, con un impatto delle pubblicazioni italiane
superiore del 20% alla media internazionale), i dati sono impietosi nel
mostrare con quale difficoltà i ricercatori attivi in Italia accedano
alle opportunità di finanziamento offerte su scala europea.

Infine,
i rapporti tra scienza e società in senso più ampio. Qui l’impressione
è che ci troviamo di fronte a una disponibilità di principio da parte
dei cittadini che non sempre trova adeguati strumenti con cui
sostanziarsi. Colpisce, ad esempio, che gli italiani esprimano una
fiducia nel progresso tecnologico superiore alla media europea e una
crescente propensione a dare contributi alla ricerca (attraverso
donazioni o scelta del cinque per mille); che accorrano con numeri da
record alle sempre più numerose manifestazioni e festival della scienza
ma poi assai di rado prendano in mano un libro di tema scientifico; che
essi stessi si giudichino, quantomeno con sincerità, tra i meno
informati d’Europa sui ambiente e mutamenti del clima. Qui i modelli
non mancano: anche Paesi come quelli scandinavi, che devono la loro
crescita scientifica e tecnologica soprattutto al settore privato,
l’hanno sostenuta con investimenti di base per la cultura e
l’istruzione: biblioteche territoriali, diffusione delle competenze
informatiche, meritocrazia e competizione nell’accesso alle risorse per
istituti e studenti ad ogni livello. 

L'Annuario Scienza e Società 2009 di Observa Science in Society