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La ricerca italiana e il dibattito che non c’è

Babblingchild

 

Nel recente dibattito su ricerca e università in Italia, uno degli aspetti che più colpiscono è la scarsa attenzione ai contenuti stessi della ricerca. Si è parlato a lungo di tagli di bilancio, di progressioni di carriera e scatti di stipendio, di ricercatori a termine e dell’età di pensionamento dei docenti più anziani. Tutti temi senza dubbio di grande importanza, così come è comprensibile che ciascuna categoria coinvolta tuteli i propri interessi.

E’ singolare, tuttavia, che pochissimi interventi – per non dire nessuno – si siano soffermati sulle scelte strategiche, sui settori di ricerca prioritari e su quelli più produttivi. Eppure i dati sulla produttività delle diverse aree di ricerca sono facilmente accessibili in documenti quali il rapporto CIVR o in pubblicazioni quali l’Annuario Scienza e Società. Ed è proprio in tempi di risorse limitate che queste riflessioni sarebbero più urgenti. Anche perché è da simili discussioni e scelte che poi dovrebbero discendere conseguenti provvedimenti amministrativi, come quelli sulla governance degli atenei o sull’età più opportuna per il pensionamento dei docenti  - a 65 anni un docente ancora attivo nella ricerca può essere un grande maestro in un settore consolidato, mentre in altri settori può essere necessario un rinnovamento più rapido, soprattutto se il personale in ruolo risulta poco attivo.

Forse ormai non stupisce constatare questa carenza di visione nella classe politica, a cui sembra sfuggire ancora una volta che di queste scelte è fatta una vera politica della ricerca, e non solo di tagli finanziari trasversali o di astratte discussioni su chi abbia titolo a far parte dei consigli di amministrazione (anche questo dipende, naturalmente, da quali obiettivi si perseguono).

Più sorprendente è che quasi nessuna voce si sia levata dalla cosiddetta ‘comunità scientifica’, per evocare ad esempio qualcuno degli importanti risultati conseguiti dalla ricerca italiana in questi anni, per indicare i progetti e le infrastrutture irrinunciabili per la ricerca di base, per suggerire alleanze e sinergie tra diversi centri in modo da sfruttare meglio le risorse senza compromettere gli obiettivi.

Pochissimi tra i suoi tanti autorevoli e più visibili portavoce, abitualmente molto attivi quando si tratta di difendere in astratto la “libera scienza in libero stato”, sono usciti in questo caso da prese di posizione generiche per indicarci quale ricerca si possa e si debba perseguire in un contesto di risorse nazionali limitate; come si possano valorizzare i molti e importanti risultati della ricerca italiana, anche a livello europeo. O magari come nello stesso contesto sia necessario prendere atto dell’impossibilità che ciascuna delle nostre (numerose) università possa coprire ogni settore di ricerca o che ogni municipio ambisca al proprio – e peraltro, come si usa purtroppo da noi, sedicente – ‘centro di eccellenza’.

Analoga reticenza ha caratterizzato fruitori della ricerca quali imprese, società civile, nuove generazioni di attuali e potenziali studenti.

Anche qui, molto si è detto sul piano formale, ad esempio reclamando più spazio nei consigli di amministrazione per esponenti del mondo imprenditoriale. Pochissimo, invece, ci si è espressi su temi di merito: la ricerca che si fa (e che si farà) in Italia è in linea con i bisogni del nostro peculiare tessuto produttivo? Quali settori possono caratterizzarci nella sempre più intensa competizione europea e globale? E davvero le associazioni di studenti e dottorandi non hanno nulla da dire sul piano dei contenuti? Ad esempio sull’importanza della ricerca di base, anche sul piano delle sue ricadute formative?

Senza una simile discussione diventa addirittura difficile valutare l’impatto e l’opportunità delle decisioni e dei provvedimenti presi. Così, comunque la si giudichi, almeno da questo punto di vista, la riforma e il relativo dibattito sono stati sin qui  un’occasione persa – per la ricerca, la politica e la società italiana – per riflettere sul proprio presente e sul proprio futuro.