Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Ricercatori senza ricerca?

Wellcomoney

Il dibattito locale e nazionale sull’università e sulla ricerca, in questi mesi, si è concentrato soprattutto – comprensibilmente – sulle prospettive di occupazione e carriera del personale di ricerca.

Tuttavia, l’assenza di certezze sulle risorse finanziarie necessarie per le attività di ricerca non è meno problematica. Si possono reclutare i migliori ricercatori del mondo, ma soprattutto in certi settori questo serve a poco se poi questi ricercatori non hanno la possibilità di acquistare attrezzature e materiali, di spostarsi per collaborare con altri colleghi, di aggiornarsi attraverso database e pubblicazioni. In Italia, com’è noto, il bilancio di enti di ricerca e università è assorbito in larghissima parte dal personale. Soprattutto in situazioni come quella attuale, questo rischia di avere lo stesso effetto perverso di quelle politiche dell’immigrazione che scoraggiano immigrati qualificati e ben intenzionati, senza scoraggiare quelli abituati a muoversi con disinvoltura tra le maglie dei controlli. Infatti la carenza di risorse per le attività di ricerca penalizza paradossalmente, soprattutto i più produttivi, mentre colpisce blandamente chi già non brilla per impegno e risultati. Inoltre, sono proprio i più attivi, in momenti di scarsità di risorse, ad essere attratti da alternative all’estero, in quanto più richiesti sul mercato internazionale. Che purtroppo è proprio ciò che sta avvenendo: lo scorso anno, i ricercatori di nazionalità italiana sono risultati al primo posto per progetti finanziati dallo European Research Council –  peccato però che la metà di loro avesse deciso di lavorare all’estero. In sostanza, risparmiare sulle attività di ricerca pensando di ‘potare rami secchi’ porta ad ottenere, con ogni probabilità, l’effetto contrario: ci terremo i rami secchi (che secchi erano e secchi rimangono), e perderemo quelli più fruttuosi.

Eppure esistono, e si sta cominciando a sperimentarle anche da noi, iniziative che anche con risorse limitate possono dare importanti benefici materiali e soprattutto simbolici. Un modello è quello che prevede finanziamenti assegnati su base fortemente competitiva ma ad personam: non all’istituzione in quanto tale, ma a un giovane ricercatore. E’ il ricercatore che sceglie dove portare il finanziamento assegnatogli, sulla base degli obiettivi e delle esigenze della propria ricerca. Questo incoraggia l’indipendenza dei giovani studiosi e innesca una competizione virtuosa tra gli enti di ricerca per attrarre i candidati migliori. Di qui anche un non trascurabile beneficio per il reclutamento, giacché si crea finalmente un concreto incentivo – al di là di lodevoli dichiarazioni di principio – a reclutare i profili più promettenti. Infine, soprattutto se i finanziamenti fossero significativi (anche se magari in numero limitato), questo sistema potrebbe incidere sulla nota difficoltà italiana di attrarre ‘cervelli’ stranieri, spesso scoraggiati non dalla sostanza delle nostre attività di ricerca ma dagli aspetti organizzativi e burocratici: sono ancora troppi i bandi aperti a ‘cittadini comunitari’ ma scritti solo in italiano o che richiedono documentazione non sempre intellegibile a uno straniero.